Gazzetta di Reggio

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la testimonianza 

«Incontrai Muto nel 2011 mentre stava uscendo dalla casa di Nicolino»

R.C.

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reggio emilia. Quel viaggio a Cutro dell’agosto 2011 è la spada di Damocle per Antonio Muto. Se i giudici della Cassazione, al processo Aemilia, lo hanno assolto in via definitiva dall’accusa di aver fiancheggiato la cosca di Nicolino Grande Aracri, avallando la sentenza dell’Appello che lo dipinge come una figura a metà tra vittima e colluso, a puntare il dito contro l’imprenditore cutrese trapiantato a Curtatone (Mantova) ora c’è Antonio Valerio.

Il pentito, nell’aula di palazzo Zanardelli dove si celebra l’appello del processo Pesci, ha fatto dichiarazioni pesanti come pietre. Partendo da quello che per lui è un dato di fatto assodato: piazzale Mondadori, il cantiere di Muto, era la dote di Antonio Rocca per il boss Nicolino Grande Aracri. Un assunto che coincide con la teoria accusatoria dei Pm Claudia Moregola e Paolo Savio, rigettata nelle tre sentenze di assoluzione dell’imprenditore.

Una teoria di cui il pentito non è certo a conoscenza. Sa con certezza, Valerio, che in quel fatidico 2011 la cosca aveva messo gli occhi avidi su Mantova. «C’era necessità di un referente cutrese perché l’affare era grosso: quindi è stato deciso di battezzare Antonio Rocca ed è stata fatta la cerimonia nel capannone di Brescello. In questo modo veniva incaricato di una responsabilità ufficiale». Giuseppe Loprete, affiliato al clan di Mesoraca, non era più la persona giusta. Nicolino voleva mettere la sua bandiera sul territorio e la “locale” doveva essere data ad un cutrese. La posta in gioco era alta: piazzale Mondadori, come continuano a sostenere Moregola e Savio. Il maxicantiere era la dote per il boss, garantita dagli accordi presi con Antonio Muto.

Valerio, che conosceva Muto fin dai tempi in cui entrambi, vicini di casa, abitavano a Cutro, ricorda di averlo incontrato, proprio in quei giorni dell’estate 2011, mentre usciva dalla casa di Grande Aracri, in mezzo alla campagna spelacchiata che circonda il paese. «Io ero con Blasco, stavamo entrando per andare da Nicolino, e lui usciva. Mi dissero che era andato lì a relazionare sui lavori di Mantova». C’era un problema, ha spiegato Valerio: «Su Rocca non c’era fiducia a trecentosessanta gradi e quindi Grande Aracri voleva confrontare le diverse versioni delle persone coinvolte negli affari. Aveva avuto informazioni sia sugli affari di Antonio Muto che su quelli dove c’era Rocca». —

R.C.

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