Immigrazione e governo, il "pensiero infame" di Edoardo Albinati
Castelnovo Monti, lo scrittore presenterà il suo libro sabato primo dicembre alle 17,30 al centro polivalente di Castelnovo Monti
CASTELNOVO MONTI. «Un pensiero infame» che ha fatto discutere. Nel giugno scorso, nel pieno della crisi della nave Acquarius, blocca in mare con i migranti salvati nel Mediterraneo, lo scrittore e sceneggiatore Edoardo Albinati creò scompiglio con la frase: «Ho desiderato che su quella nave morisse qualcuno, morisse un bambino». Una provocazione arrivata in un periodo di tensioni che ha generato una valanga di reazioni. Albinati ha scritto un pamphlet, “Cronistoria di un pensiero infame”, per riflettere su quel momento. Oggi alle 17.30 ne parlerà a Castelnovo Monti, in un incontro al centro polivalente di via Roma promosso dall’associazione “La 25° Ora”.
Perché il libro, dopo quell’ondata di parole?
«Scrivendo volevo solo provare a ragionare un po’: articolare qualche concetto e non soltanto sputare slogan o sentenze».
In un periodo in cui il ruolo dell'intellettuale sta cambiando, se non sparendo, è necessario provocare?
«Non mi piace né la parola né il concetto di “provocazione” come normalmente vengono usati oggi: cioè, uno si sveglia la mattina e spara un’assurdità o una menzogna qualsiasi, e poi sta a vedere cosa succede».
Non era una provocazione, quindi?
«Bene, quello che io ho detto poteva essere odioso o terribile ma non era affatto una provocazione gratuita, bensì, da una parte, una confessione intima, cioè “pensate che sono arrivato al punto di desiderare la morte di un bambino”, e dall’altra parte un’ipotesi assolutamente realistica, quotidiana, una cosa che accade continuamente, sotto i nostri occhi, anche se facciamo finta di non vederla, e cioè che degli esseri umani perdono la vita attraversando il mare mentre cercano la salvezza. Uomini, donne, bambini. E altri esseri umani quella salvezza gliela negano».
Come ha portato questo "fardello”? La sua visibilità è aumentata, volente o nolente.
«Laddove la vita umana è esaltata o posta a rischio, si creano occasioni per raccontare. Tutto qui. Uno che scrive è attratto da questo, dalla bellezza, dal coraggio e dalla sofferenza. Se poi riesce a combinare anche qualcosa di pratico per alleviare quella sofferenza, tanto meglio».
Si è pentito di quella frase?
«Pentito di averla pensata, sì, certo, subito. Pentito di aver confessato pubblicamente di averla pensata, no, per niente. Era necessario per capire il punto a cui siamo arrivati: bisogna scavare nello sporco, in quello altrui e nel proprio».
Nel libro è duro, spietato quasi, prima di tutto con sé stesso. Come si "esce vivi" dalla stesura di un testo simile?
«Be’ sì, ci sono anche pezzi divertenti nel mio libro. Quando li leggo in pubblico la gente ride. Ma non perché sia ironico io, è perché sono strampalate le cose che dicono e fanno i nostri governanti. La spacconeria a qualcuno piacerà pure, però è sempre anche un po’ ridicola».
Si è spesso confrontato con migrazioni e miserie. Oggi c'è la possibilità di intraprendere una strada che porti a una soluzione?
«Ma insomma, le soluzioni che possiamo mettere in campo sono sempre parziali e provvisorie. I grandi problemi difficilmente si risolvono alla radice, si cerca piuttosto che creino meno guai possibile, si dovrebbe cercare di ridurre il danno. E quello sarebbe già un grandissimo risultato. Invece oggi i nostri governanti fanno finta di aver trovato la medicina miracolosa. Lo slogan più sconcertante e spassoso degli ultimi tempi? “Abbiamo abolito la povertà.” Capito? Ma non si vergogna uno a sparare una cazzata del genere? Ma chi sei, Gesù Cristo?»
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