Ghassan, atleta e studente che rincorre la cittadinanza
Reggio Emilia: la storia del 22enne Ezzarraa, che vive a Fogliano da quando aveva 5 anni. «Aspetto da anni ma non mollo. Per me vale molto di più di un pezzo di carta»
REGGIO EMILIA. La cittadinanza è prima di tutto un riconoscimento, per tanti non vorrà dire molto ma per chi ha fatto un percorso di integrazione ha un’enorme importanza. In questi giorni il 22enne reggiano Ghassan Ezzarraa, nato in Marocco e arrivato a Fogliano a 5 anni, si trova al centro di tante attenzioni. La sua storia è rimbalzata sui media nazionali, come esempio di giovani cresciuti in Italia che – col nuovo decreto – vedono allontanarsi la cittadinanza italiana.
Cresciuto a Fogliano frequentando la parrocchia, da sempre attivo a scuola nell’associazionismo, lavora nella cooperativa educativa Giro del Cielo, è studente universitario iscritto a Scienze della Formazione e a breve partirà per la Grecia per fare il volontario in un campo profughi. Il ritratto ideale di un 22enne impegnato su tanti fronti. Con un dettaglio, però, la cittadinanza sempre più lontana. «Il 18 dicembre mio mamma andrà a giurare, mio padre e mia sorella sono già cittadini italiani, manco solo io».
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Tutta colpa del cosiddetto decreto Salvini?
«No, ci sono tanti fattori legati alla burocrazia. Nel 2008 mio padre ha fatto richiesta di cittadinanza, io ero minorenne e figlio a carico. L’iter è durato quasi otto anni, nel frattempo sono diventato maggiorenne».
E?
«Nessuno ci aveva detto che essendo maggiorenne e non più figlio a carico la mia pratica si separava, e ho dovuto ripartire da zero. Sono tre anni adesso, era il 3 dicembre 2015».
Un anniversario non proprio allegro. Col decreto Salvini cosa cambia per lei?
«Il provvedimento cambia i tempi dell’istruttoria, del periodo che lo Stato si dà per fare verifiche. Da due anni diventano quattro. E già prima i due anni erano quasi il doppio, nel concreto. Ora chissà».
La sua vicenda sta diventando un manifesto. Contento?
«Non mi interessa fare politica né strumentalizzare, mi interessa raccontare la mia storia, che è anche la storia di tanti miei coetanei. Ed è il sintomo di un problema che riguarda tanti ragazzi».
Nella vita quotidiana, l’assenza della cittadinanza incide?
«Su alcune cose sì, ad esempio per prendere una casa in affitto incide tanto».
Davvero? Basta sentirla parlare per capire che lei è reggianissimo.
«Non è scontato, un mio amico ha presentato richiesta per un affitto, quando il proprietario ha visto che era nero ha rifiutato».
E coi documenti?
«Il 21 dicembre parto per la Grecia, per fare il volontario in un campo di rifugiati e ho dovuto controllare tutti i documenti, i permessi di soggiorno. Se avessi la cittadinanza mi sarebbe bastata la carta d’identità per girare in Europa. E non la prima volta, alle superiori abbiamo fatto una gita a Londra ed è stato tutto molto complicato».
Nello sport ha avuto problemi?
«Quello è il caso più visibile. Nel 2013 avevo fatto il tempo minimo per fare i campionati del mondo Under 18, ero uno dei possibili staffettisti italiani della 4 per 400».
Ma?
«Niente cittadinanza, niente possibilità di convocazione. Ci abbiamo provato in ogni modo, anche Stefano Baldini ci ha dato una mano, ma niente. E avrei avuto anche problemi se avessi voluto continuare come atleta professionale».
In che senso?
«L’unico modo per proseguire sarebbe stato entrare in una forza militare e gareggiare per quel corpo. Poi ho avuto degli infortuni e mi sono dedicato al lavoro, ma anche quella strada sarebbe stata chiusa».
Adesso, è rassegnato?
«Più che altro ho realizzato che bisogna aspettare e basta, non ha senso pensare di spaccare tutto né voglio che la mia storia sia strumentalizzata. E non lo faccio per ottenere prima la cittadinanza».
Allora, perché?
«Vorrei far capire che per molti la cittadinanza non è una cosa scontata, non è solo un pezzo di carta ma vuol dire molto di più, per chi qui è cresciuto e ha fatto un percorso. E lo bene, mio padre aveva gli occhi lucidi quando ha ricevuto la cittadinanza dopo 25 anni di lavoro».
Non si molla, quindi.
«Ho la fortuna di essere cresciuto a Reggio Emilia, in una società che mi ha sempre trattato come un pezzo di sé, son cresciuto in parrocchia a Fogliano e tutt’ora frequento quegli amici. Io ho avuto questa fortuna, ma altri non l’hanno avuta, e non ci si rende conto di quanto possa incidere».
Reggio rimane casa sua?
«Ma certo. In tanti mi hanno scritto in questi giorni, mi ha fatto piacere e ho risposto che sto bene. E non penso ad andarmene. Io rimango a Reggio, voglio vivere qui a casa mia». —
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