Delrio: «Ognuno pensi con la sua testa Dia un contributo. Il nemico è fuori dal Pd»
Il capogruppo alla Camera sugli scenari interni e il governo gialloverde
l’intervista
stefano scansani
Onorevole Delrio, domenica ho scritto un editoriale sul gruppo Pd a Montecitorio che ha indossato maschere bianche per protestare contro il Decreto Sicurezza proposto da Salvini. Il gesto mi è parso improbabile, un “calco” comportamentale che è tipico dei partiti al governo, quando erano all’opposizione…
«Non sono d’accordo. Non siamo saliti sul tetto della Camera né sui banchi del governo né siamo soliti indicare il Parlamento come una “scatoletta di tonno”.
Ma, paralleli a parte, indossare quelle maschere nell’aula è stato, penso non solo per me, voler caricare di ulteriore senso le parole che avevamo espresso, tutti noi del Pd, contro un provvedimento disumano e barbaro. Il decreto Salvini manda per strada, getta nel buio dell’invisibilità decine di migliaia di persone deboli che stavano seguendo percorsi di integrazione gestiti dalle amministrazioni locali. Queste persone perderanno il proprio volto, da qui la scelta della maschera per rappresentare con compostezza una verità scomoda che il governo nega. Queste persone non spariranno e saranno più facile preda della economia illegale. Da potenziali cittadini Salvini li trasforma in potenziali criminali. Creando più insicurezza per le nostre famiglie e le comunità cittadine».
Sempre utilizzando slogan pentaleghisti quando e come manderete “a casa questo governo”?
«I numeri in Parlamento sono quelli che conosciamo e li hanno decisi gli elettori. Io penso che questo governo fa male al Paese, alle famiglie, ai lavoratori, alle imprese. E lo stiamo vedendo in queste settimane in maniera eclatante: l’economia si è fermata, la disoccupazione sale, gli investitori fuggono, la fiducia dei cittadini torna verso il basso, rischiamo una procedura di infrazione dell’Unione europea. C’è abbastanza da far tremare le vene dei polsi eppure i soliti Salvini e Di Maio continuano sostanzialmente sulla linea del “me ne frego”.
Questa linea ci costa già oltre 7 miliardi di interessi in 18 mesi. Una tassa per lavoratori e famiglie causata dalle parole arroganti. Gli italiani stanno capendo e lo dimostrano le piazze di Torino e Roma. Noi in Parlamento e fuori continueremo a denunciare certo, ma anche a fare proposte alternative perché a noi sta a cuore il Paese. Abbiamo detto con forza che il decreto Di Maio sul lavoro avrebbe bloccato i contratti, abbiamo denunciato con forza il blocco delle opere pubbliche e una legge di bilancio che deprime l’economia. Noi tifiamo per l’Italia non per il declino».
Francesco Rutelli ha definito la condizione del Pd “da convalescente”. A me pare troppo generosa e ottimistica. E a lei?
«Chiaramente lo stato di salute del Pd non è ottimo ma migliora. La sconfitta del 4 marzo ci ha detto che abbiamo un lavoro lungo e faticoso davanti a noi per ricostruire la fiducia che abbiamo perduto. Però abbiamo tanti sindaci e consiglieri bravi in ogni comune e abbiamo ideali forti. Da qui ripartiamo con umiltà. Ricostruiamo la nostra proposta alternativa a questo governo di destra mettendo al centro i lavoratori e i giovani, uomini e donne. Sono convinto che il congresso aiuterà perché sarà un confronto di proposte e fatto in amicizia».
I volti soliti, il congresso al rimando, le personalità intercambiabili o in conflitto. Qual è la sua ricetta per un movimento progressista, di centrosinistra, nuovo e da combattimento (non interno)?
«Dicevo prima, la nostra sfida è ricostruire la fiducia che abbiamo perduto. Ma serve anche una svolta culturale dei Democratici. Dobbiamo riconoscere che la ricchezza va prodotta certo ma anche redistribuita di più, dando più soldi in tasca ai lavoratori; va limitato il potere della finanza e favorita l’economia reale; va rimessa al centro l’educazione e la scuola sempre di più insieme ai beni come la salute e soprattutto bisogna andare verso un’economia ecologica e verde; rimettere al centro le persone in ritrovata armonia con l’ambiente in cui vivono».
Dico Renzi e renzismo. Lei che dice?
«Dico che uno dei tratti salienti della stagione di Renzi sia stato il cambiamento. Un cambiamento che ha portato il Paese a riforme attese da anni quali per esempio l’introduzione del reddito di inclusione per i più poveri e la legge sui nidi. E tante altre su imprese e lavoro che hanno portato al record di occupazione.
Con i governi di centrosinistra si facevano 1.000 nuovi posti di lavoro al giorno, con questo governo di destra si perdono 600 posti al giorno. Poi si sono fatti errori di certo e non solo da parte di Renzi... si è tentato comunque di aiutare il Paese ad uscire dalla crisi profonda in cui era precipitato. E sul renzismo non saprei».
E nel Reggiano come la mettiamo? Lei ha dichiarato la sua sintonia con Martina. Il segretario provinciale s’è pronunciato per Zingaretti. Altri di provenienza renziana sostengono Minniti. Non è un ulteriore trauma per il Pd locale?
«Penso proprio di no. Collocazioni diverse nella competizione congressuale sono la normalità, accade da noi come in tutto il resto del Paese. L’importante è che non venga meno il sentimento di unità, la consapevolezza che tutti stiamo agendo per un interesse comune che è appunto rendere più forte la comunità dei Democratici. Ognuno pensi con la sua testa e dia il suo contributo. Io appoggio Martina che è stato in questi mesi il segretario dell’unità e una nuova generazione di quarantenni come lui e Richetti e la Serracchiani. Ma stimo molto anche gli altri candidati. L’avversario è fuori dal Pd e il confronto non sia più divisione ma arricchimento reciproco».
Lei sarà sentito come persona informata dei fatti dai magistrati che indagano sul crollo del Ponte Morandi, a Genova. Ha pronto il suo dossier?
«Sono certamente pronto a collaborare con i magistrati fornendo tutte le informazioni legate al ruolo di ministro. Vogliamo giustizia e verità e solo le loro indagini possono far luce vera su questa tragedia». —
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