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«L’Italia era la mia America quando arrivai in gommone»

Matteo Castagnoli
«L’Italia era la mia America quando arrivai in gommone»

Alla festa della comunità albanese i casi di integrazione di chi ce l’ha fatta «Mio fratello venne con la nave Vlora nel 1991, noi fuggivamo dalla guerra»

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BAGNOLO. «Mio fratello si trovava in Italia, a Firenze, già da cinque anni, era arrivato con la nave Vlora (nella foto al centro, ndr) nel 1991. Io lo raggiunsi, assieme ad amici, su un gommone salpato in una notte di giugno del ’96 da Durazzo e approdato a Brindisi».

LA TESTIMONIANZA
Ricorda così – con un sorriso nostalgico in viso – il viaggio della speranza verso la «sua America», come è solito definire l’Italia, Shefki Dibra, 69 anni, sposato da quando ne aveva 24, di Tirana e oggi residente a Firenze, con 3 figli (due femmine e un maschio) che, al contrario, non intrapresero il viaggio da subito.

Shefki Dibra e la sua famiglia, fiorentini-albanesi, ma per una sera anche reggiani, sono giunti a Bagnolo sabato scorso per celebrare in una serata di festa, organizzata dalla reggiana “Associazione albanese Aquila”, assieme ai fratelli albanesi e kossovari – separati soltanto dalla storia, ma non dalle tradizioni e dalla cultura – il centoseiesimo anniversario dell’indipendenza dell’Albania.

Indipendenza che fu ottenuta il 28 novembre 1912 dall’impero ottomano e seguita dall’ascesa della bandiera albanese, coincidente con il giorno in cui l’eroe nazionale Scanderbeg sollevò tale vessillo nel 1443, ribellandosi all’avanzata turca.

«Fuggivo dalla guerra – continua nel racconto Shefki – tutto era distrutto. È stata una traversata tranquilla, il mare era calmo. Non eravamo in troppi su quel gommone, e all’alba intravedevamo già le coste italiane. La rotta? Mi vengono ancora in mente le parole dei miei compagni: sempre dritto, sempre dritto e saremo in Italia».

Ma per Shefki Dibra, paradossalmente, le difficoltà iniziarono proprio con lo sbarco: all’inizio fu accolto dal fratello, che a Firenze si era sistemato avendo trovato impiego in un’azienda che produceva mangime per polli da allevamento. Poi i primi mesi e il primo lavoro, in nero, in una fabbrica della città, finché riuscì a ottenere il permesso di soggiorno. Da allora le cose intrapresero una strada diversa e migliore: prima, dal ’99, assunto nella tenuta agricola Castiglioni-Frescobaldi, a Montespertoli, in provincia di Firenze, nella quale ancora oggi lavora; poi, ottenuti i visti turistici per i famigliari, potè ricongiungersi con la moglie e i figli nel 2001.

STORIE DI RISCATTO

E proprio la figlia, Xhuljana Dibra, mentre il padre – o meglio, il “babbo” alla fiorentina, come lei lo chiama, simbolo che a questi italo-albanesi non manca la voglia di integrarsi – prosegue nel racconto, si avvicina e rispolvera i ricordi di quegli anni indelebili del suo trasferimento in Italia: «All’inizio non eravamo considerati; nessuno sapeva della nostra presenza. Ho iniziato ad impegnarmi come babysitter per la vicina; non è stato facile. Ora, invece, lavoro con mio padre; i signori Frescobaldi ci hanno dato una casa vicino alla fattoria. Se oggi sono ancora in Italia è per mio figlio che qui studia e ha la sua vita. Ma io più volte ho pensato di tornare a Tirana, ormai le cose sono cambiate rispetto a 17 anni fa, si vive bene; però molto ancora deve migliorare».

Si sono dunque radunati nei locali del bocciodromo di Bagnolo albanesi provenienti da tutta Italia per un momento di festa conviviale all’insegna di abiti, musiche e balli popolari albanesi e kossovari. Una sala gremita di centinaia di ospiti. Tra questi c’è chi fa leggere ai propri figli, anch’essi rigorosamente vestiti con tuniche tradizionali, le proprie poesie scritte per celebrare le bellezze della patria; chi, invece, si gusta una buona pizza «perché – come confessa qualche presente – il cibo italiano è molto buono», e chi porta qualcosa di caratteristico della propria terra da mettere sotto i denti.

LA FESTA

Una serata in cui italiani e albanesi si sentono più vicini, come dimostra il canto unanime di entrambi gli inni ad inizio serata.

«Un momento di grande festa – spiegano l’attuale presidente dell’Associazione albanese Aquila e il suo predecessore, rispettivamente Haki Maze e Klodian Cami – nel quale ci teniamo a mostrare che gli albanesi sono questo: gente per bene che vuole integrarsi». E in effetti sono diverse le storie di integrazione riuscita.

Un’integrazione che passa spesso attraverso i più disparati canali: dalla cultura, come nel caso di Iskra Thoma, 65 anni, residente a Bagnolo e arrivata in Italia nel ’95 per far studiare i figli (ora uno è laureato in Economia e ricercatore, l’altro alla direzione di Banca Popolare dell’Emilia). Giornalista e direttrice dell’unica casa editrice in Albania, è da sempre impegnata nel trasmettere la cultura letteraria italiana nel suo paese tramite importanti opere di traduzione di Pirandello e De Amicis, tra gli altri.

Diversa è la storia di Klodian Cami, l’ex presidente, in Italia dal 2003 per «fare qualche soldino», come racconta, e tornare in Albania per sposarsi. Ma poi il destino ha voluto che rimanesse a Bagnolo e qui prendesse moglie.

Oggi ha tre figli, amato da tutti in paese e gestore del bar “Scanderbeg”, l’eroe dell’indipendenza, in via Veneri a Reggio Emilia. Bar che, per sua iniziativa, ha offerto nella giornata del 28 novembre le consumazioni a qualsiasi cliente vi entrasse, albanese o italiano che fosse.

Vicende che uniscono paesi e uomini, «ma – come il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha ricordato nel suo discorso al Collegio italo-albanese di Sant’Adriano ad inizio novembre – sono popoli che hanno già intrecci storici risalenti al Medioevo che costituiscono saldi rapporti di fratellanza». —

Matteo Castagnoli

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