Il rebus di Reggio Emilia: è una città o paesone?
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sul fatale dilemma che si pongono molti cittadini: Reggio Emilia è “città o paesone?”
REGGIO EMILIA. È vero. La parola Vip (Very important person) è d’altri tempi. La Gazzetta l’ha riesumata per raccontare la chiusura del lussuoso bar ed emporio del cibo Sambirano, in rosso per quasi 2 milioni. Vip, per descrivere le aspirazioni del locale, non la folla degli avventori, molto trasversale e votata al caffellatte piuttosto che allo Champagne. Sulla fine dell’avventura del Sambirano e circa la sua clientela molto è stato commentato sui social, dov’è esondata la polemica sui prezzi, le vanità, e una storia vecchia all’italiana: un locale del genere non avrebbe potuto sopravvivere “essendo Reggio Emilia non una città ma un paesone”.
Con convinzione parecchi cittadini insistono sul fatale dilemma “città o paesone?” che giustifica le scelte sbagliate o le non scelte, le ambiguità o l’indeterminatezza. In questo ragionamento la questione del Sambirano è un pretesto che calza perfettamente sia per il pubblico che per il privato e viceversa. Perché da noi l’indecisione si compenetra. Qualche esempio? Tanto per cominciare c’è la compresenza irrisolta dei due campi di calcio, lo storico Mirabello e il sassuolese Mapei Stadium.
Anche in questo caso la realtà provinciale (meditando anche dov’è sprofondata la Regia) convive con quella internazionale. Investitori in cerca di occasioni oppure industriali di lungo corso e protagonisti del made in Italy? Paesone o città?
L’interrogativo è legittimo, perché ancora nessuno a livello politico ha voluto affrontare e chiarire i rapporti fra le due società. Sarebbe ora, perché lo sport è un bene comune. E guarda caso, in occasione di qualsiasi rovescio la gestione casca per norma nelle mani del sindaco.
Calda è la vicenda dei parcheggi che più in centro storico di così non si può. Pure per questi, puntualmente, rispunta il nodo (in questo caso groppo) degli accordi fra pubblico e privato. Mi sto riferendo alle due superfici comunali: quella del parcheggio a raso dell’ex Caserma Zucchi e quella del parcheggio interrato di piazza Vittoria per il quale è giusto parlare unicamente di superficie comunale in quanto il sottoterra è privatizzato.
Da qualche anno è apertissima una discussione sulle tariffe (ritenute troppo alte) e la convenzione fra Comune e Reggio Emilia Parcheggi sull’area Zucchi (convenzione che qualche giorno fa l’assessore Mirko Tutino ha definito calderolianamente “una porcata”).
Molti rimandano le responsabilità alla giunta precedente. A questo punto riemerge il solito rebus reggiano: l’atteggiamento del pubblico circa il privato, con l’aggravante che nessuno in municipio ha voglia di approfondire storia e percorsi della convenzione.
Ma c’è dell’altro che richiama in causa la tinta del paesone, cioè che Apcoa, a seguito di una sentenza, è venuta a riprendersi sbarre, varchi e macchinette sguarnendo il parcheggio, gratis quindi fino a martedì. Pittoresco, vero?
È invece spettacolistica la vicenda dell’impresa dell’Arena Campovolo per la quale il Comune – attraverso una joint venture di altri soggetti – punta dritto verso il 2019. L’obiettivo è quello di creare nell’area dell’ex aeroporto una vastissima area per concerti di richiamo internazionale. Contemporaneamente va e viene la pulsione sino ad ora astratta di un gruppo non locale di privati per realizzare lì a due passi We Arena, cioè un palasport polifunzionale. E ancora non s’intende l’eventuale strategia di quest’ultimo rispetto al primo. L’unica ragione evidente è la topografia, cioè interessi e prospettive sulla cosiddetta Area Nord.
E in questo quadrante settentrionale – sul quale viene scommesso il futuro della città – c’è la stazione Mediopadana, bella, ammirata, funzionale. Non aspettatevi una comparazione con i problemi e il contorno della stazione storica cittadina, perché le due realtà sono difformi.
Piuttosto il dilemma “paesone o città?” abita intorno alla Mediopadana dove i parcheggi restano insufficienti, incustoditi, male organizzati; non ci sono servizi; laggiù Reggio Emilia non si propone e non si promuove, “non si vede”, “non si sente”. Paesone.
L’esordio con il termine Vip era pretestuoso. Piuttosto è la scelta fra paesone e città che è incombente, ha fretta, perché coincide con quella scelta di identità contemporanea che la politica, tutta la politica, predica.
Si è fatto il tempo. Smettere d’essere paesone non corrisponde romanticamente alla perdita dei caratteri identitari, e iniziare ad essere città vuol dire invece riuscire a gestire la cosa e la vita pubblica che ha primazia sul privato. E pensa alto, Viv (Very important vision).
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