Stuprò minore disabile: pena confermata
L’Appello modifica l’accusa in violenza sessuale. La difesa: «Fatto grave, ma valutata anche la personalità dell’imputato»
Due ore ieri mattina di battaglia legale – in Appello a Bologna – per riaffrontare, con rito abbreviato, uno dei casi più sconcertanti degli ultimi anni nella Bassa, cioè lo stupro nell’estate 2017 di un disabile 13enne da parte di un vicino di casa di 21 anni. Due pakistani i coinvolti in questa terribile vicenda.
IL VERDETTO
E per l’imputato reo confesso la Corte è uscita dalla camera di consiglio con la medesima pena (5 anni e 4 mesi di reclusione) emessa in primo grado, ma con una non indifferente novità, vale a dire la riqualificazione dell’accusa in violenza sessuale su minore, in ciò accogliendo il ricorso presentato dal pm Maria Rita Pantani che fin dal primo momento aveva contestato l’inquadramento giudiziario in atti sessuali su minore dato dal gup Luca Ramponi (estensore della sentenza) e in precedenza dal gip Giovanni Ghini che non applicò il carcere al violentatore nel contesto dell’interrogatorio di garanzia, scatenando fior di polemiche.
Sempre il collegio giudicante ha ritenuto le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti. Ma perché con il cambio di reato, la pena è rimasta la stessa? Hanno pesato le aggravanti: rimaste in piedi la minore età e il fatto che la violenza sia stata perpetrata in un luogo appartato, mentre del tutto “depotenziato” il fatto che il pakistano abbia approfittato della minorata difesa del 13enne che è disabile. Gelidi ragionamenti giuridici, all’interno di una storia che ha suscitato tanto dolore.
L’UDIENZA
Il sostituto procuratore generale Luciana Cicernia aveva chiesto una condanna ben più severa (12 anni di carcere) a cui si sono associate le parti civili. Dopo l’arringa dell’avvocato difensore Noris Bucchi, ha voluto intervenire con “dichiarazioni spontanee” anche l’imputato che, a testa bassa, ha chiesto scusa. È in carcere a Piacenza e segue un percorso psicologico di recupero. «Una sentenza che ci soddisfa – dice l’avvocato Bucchi – e la spiegazione più logica sulla quantificazione della condanna è che la Corte abbia soppesato non solo la gravità del fatto, indiscutibile, ma anche la personalità del mio assistito, proveniente da un ambito culturale molto diverso e che una volta capito l’errore commesso, ha confessato e rinunciato lui stesso alla libertà. Un percorso che ho illustrato nell’arringa». Caso giudiziario chiuso? La Procura generale può ricorrere in Cassazione: vedremo s e intraprenderà questa strada. —
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