Le due anime dei reggiani divisi fra città e paesone
Decine ieri i commenti su Facebook all’editoriale del direttore della Gazzetta Fra i cittadini c’è chi difende Reggio, chi la critica e chi è fiducioso in un progresso
reggio emilia. Qual è l’anima di Reggio Emilia? Una città moderna e contemporanea – o che guarda in quella direzione – oppure una comunità destinata a rimanere con una mentalità da “paesone”? La domanda sollevata dall’editoriale del direttore della Gazzetta, Stefano Scansani, ha mosso la pancia e le tastiere dei reggiani, a testimonianza di quanto questo argomento sia sentito dai cittadini, storici o nuovi arrivati che siano. E come sempre accade in questi casi il dibattito che è nato – piacevolmente pacato e ragionato rispetto agli standard imbarbariti ai quali ci hanno abituato i social – non ha visto la prevalenza di una linea sull’altra. Per questo cercheremo di riportarne alcuni fra i più apprezzati e commentati, rispettando la proporzione fra le diverse visioni.
CITTà
Fra i difensori dello spirito della città vi è Max Collini, fondatore degli Offlaga Disco Pax, che vive qui «dal 1967. Ci sono nato. Dire che la città da vent’anni è ridotta a uno schifo è una sciocchezza. Il traffico lo generano i reggiani stessi (che vanno in auto anche a fare pipì), tantissimi gli interventi fatti, tantissimo recupero di aree dismesse. Oggi se lei fa un giro in centro trova tanti ristoranti e locali aperti di sera (vent’anni fa in centro era un deserto assoluto), la città è più bella e attrattiva e descriverla come fa lei denota una certa dose di astio verso chi la vive. Vivere a Parma o Modena costa più che a Reggio, a cominciare dagli affitti più alti. Io mi tengo Reggio Emilia, lei faccia come crede». Dello stesso avviso anche Biancamaria Guidelli, il cui commento è stato il più discusso dai lettori: «Siamo davvero messi male come testa... proviamo ogni tanto a guardare quello che funziona... non mi pare che l’ospedale faccia così schifo e non credo che quanto a traffico Modena e Parma vadano meglio... due cose sanno fare certe persone... criticare tutto non fare nulla per rimediare (anzi se si può approfittiamo e buttiamo la spazzatura nei campi che non ho voglia di aspettare il giro del porta a porta) e poi reclamare tutto come se fosse dovuto. Ma tirarsi su le maniche e fare qualcosa invece che piagnucolare?».
Più attenta allo spirito lavoratore e solidale di Reggio Emilia è invece Mariarita Ruozzi: «Siamo una città che vorrebbe continuare ad essere quella che è sempre stata: un posto di gente che lavora, che se vede in vetrina una borsa da 2.500 euro pensa che sia una cosa senza senso (a meno che non sia piena di caldarroste, cit. Dario De Lucia), che ritiene l’istruzione un bene collettivo da difendere, che apre i locali ai senzatetto nelle notti gelate, che chiede onestà ai propri artigiani e imprenditori. Ma è sempre più difficile».
PAESONE
La seconda metà dei reggiani, invece, è critica o estremamente dura contro l’attuale situazione del centro storico e della città nel suo complesso. Come, ad esempio, Lorenza Folloni, il cui commento lungo e articolato meglio riassume lo stato d’animo espresso da chi la pensa come lei: «Se fosse un paesone andrebbe anche bene. Ma sono le assurdità e le incoerenze a vincere. Ponti di Calatrava e poi li teniamo spenti tre anni (investimento enorme). Avevamo un pezzo originale di via Emilia ed è stato asfaltato. In piazza Prampolini esce un pezzo di selciato settecentesco e lo abbiamo coperto. In Corso Garibaldi (è di poco tempo fa) escono i resti di abitato antecedente la deviazione del Crostolo e si copre. In piazza della Vittoria con la costruzione del Park escono i ruderi della cittadella romana e li copriamo. Come è possibile sperare di andare oltre se si rinnega il proprio passato? Per non parlare della Fontana del Valli; ho visto in questi giorni una vecchia foto del sistema di aiuole con l’orologio verde bellissima. Se si vuole una Reggio ultramoderna ok, però non seppelliamo le tante cose belle che abbiamo e che nessuno conosce perché noi le annulliamo».
Reggio, conclude la lettrice, «ha le dimensioni di un paesone e le aspirazioni e i costi da grande metropoli (un caffè o un aperitivo a Reggio costa di più che a Firenze e/o Roma), ma non ha un servizio né di viabilità né di servizi pubblici adeguati, chi poi come me abita in un Comune confinante non c’è pezza di arrivare in centro coi mezzi pubblici. Quindi perché un turista dovrebbe passare da Reggio? Per vedere cosa? Le mostre interattive a volte ci sono (Regium Lepidi ad esempio) ma io da reggiana ho mollato, o chiusa per conferenze o non funziona. Però abbiamo messo Lepido azzurro in Piazza del Monte (inguardabile) e l’originale per niente valorizzato».
Amante della città ma non tanto della sua mentalità, invece, è Ugo Bortone: «Mia cara Reggio Emilia sei ostaggio di una realtà contadina ancora troppo radicata nel prevalente tessuto cittadino. Ciò impedisce un democratico e costruttivo confronto dialettico con realtà diverse dalle tue e quindi un’evoluzione verso l’essere definibile come autentica città. Chiusura mentale, antico provincialismo, nostalgia dei tempi che furono».
Tramite email, invece, è arrivato il commento critico di Francesco Fantuzzi, portavoce di “Reggio città aperta”: «Il progetto di trasformare un tranquillo paesone di 130mila abitanti nella città “attrattiva e innovativa” da 200mila parte da lontano e credo sia il momento di leggerne le conseguenze, sotto gli occhi di tutti: uno sviluppo urbanistico incontrollato e ancora in corso, nonostante i proclami rassicuranti, la cementificazione del suolo, lo spopolamento progressivo e il depauperamento dell’esagono». —
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
