Gazzetta di Reggio

Reggio

l’appello del processo pesci 

Il boss Grande Aracri se la prende coi pentiti

Rossella Canadè

Nicolino sentito in udienza spara a zero sulle testimonianze «Valerio? Inattendibile. E scambiò Brescello per Boretto»

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BRESCIA. Errore di rotta. «Problema durante la traduzione del pentito» verso la Corte d’Appello di Brescia dove si sta celebrando il secondo grado di “Pesci”, processo gemello di Aemilia. Succede che Salvatore Muto è stato portato in viaggio per altri lidi. Un errore di comunicazione e il trasporto dalla località segreta in cui il muratore è ai domiciliari con il programma di protezione è sballato. La scorta lo sta portando in un’altra città dove, pare, si tiene un altro processo di mafia. Indiscrezioni su cui nessuno si sbilancia, ma gli occhi di tutti sono sbarrati. Il furgone blindato farà dietrofront, ma il testimone, che in questo processo è anche imputato, arriverà verso le 11,30. E Nicolino Grande Aracri, in videocollegamento dal carcere di Opera, dove è rinchiuso in regime di 41 bis, coglie la palla al balzo per una delle sue dichiarazioni spontanee. E riattacca con quello che per lui è un tarlo: i pentiti bugiardi. Dal carcere, a meno di miracoli che azzerino le sue condanne, non uscirà mai più, ma gli infami che infangano il suo nome non la devono passare liscia. Lo ripete come un mantra, da mesi, da quando alcuni dei suoi hanno cominciato a vuotare il sacco, riaprendo nuovi fronti di indagine: da Cortese, il re delle menzogne, a Giuseppe Giglio, a Paolo Signifredi, «bugiardo lui e la moglie che a casa mia non c’è mai stata. L’ho già denunciata per falsa testimonianza». Fino ad Antonio Valerio, inattendibile, secondo lui, perché tra le altre bugie, colloca la casa di suo fratello Rosario nelle campagne di Brescello invece che a Boretto, paesi distanti qualche centinaio di passi. «I suoi racconti sono inattendibili, sono la fotocopia degli atti del processo Scacco matto. Il resto l’ha imparato dai giornali e da internèt». Ma non è tutto: sotto tiro anche la polizia giudiziaria che ha lavorato all’inchiesta calabrese Kiterion, «che ha manipolato le intercettazioni. Ho denunciato anche quelli alla procura di Salerno». Vede chiaramente un «astio», così lo definisce, verso la famiglia Grande Aracri. «Però poi quando gli conviene usano il mio nome come lasciapassare per fare affari al Nord». Ironizza sul suo ruolo di boss della ‘ndrangheta, «se fossi stato io il capo di tutti, perché i miei parenti lavoravano sotto padrone a Mantova?». Poi chiede l’ìnterruzione dell’udienza: «Signor giudice, a quest’ora noi pranziamo». —

Rossella Canadè

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