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«Svenuto sulle scale con mia figlia in braccio. Salvati dai pompieri»

Ambra Prati
«Svenuto sulle scale con mia figlia in braccio. Salvati dai pompieri»

Mohammed Bedoua, 35 anni, ricorda la drammatica notte dell’incendio. Padre delle due bimbe gravemente intossicate, rassicura: «Stanno meglio»

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REGGIO EMILIA  «Abbiamo avuto paura di morire. Sono svenuto con la bimba in braccio su quella scala. Se qualcuno non mi avesse portato fuori, penso un pompiere perché ricordo solo di essermi svegliato in ospedale, nessuno mi avrebbe trovato al buio e sarei finito come i miei vicini Malika e Mohammed, morti nell’incendio. Mi spiace per loro».
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Mohammed Bedoua, 35 anni, e la moglie Amri sono i genitori delle due bambine (Aya di 5 anni e Amine di 3 anni) risultate le più gravi tra i 38 feriti. L’intera famiglia di origini marocchine è rimasta intossicata, ma mentre i genitori sono stati dimessi quasi subito dalla camera iperbarica di Fidenza, le bimbe sono state ricoverate. La maggiore al Santa Maria Nuova e la più piccola alla clinica pediatrica De Marchi del Policlinico di Milano.

TRAGEDIA EVITATA

La notte della tragedia Mohammed si è salvato grazie ad un amico, che ha chiamato affacciato al balcone per capire cosa stesse accadendo. «Mi ha detto: “C’è un incendio, è pericoloso, prendi le bambine e scappa subito”. Ma il fumo respirato dopo pochi secondi ha fatto stare male le piccole, io e mia moglie ne abbiamo sollevata una per ciascuno, poi, forse tra il secondo e il primo piano, ho perso conoscenza e due braccia mi hanno portato via». In un primo tempo si è temuto per Amine, finita in terapia intensiva pediatrica in prognosi riservata.

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Ora le piccole stanno meglio, ha raccontato il papà che le sta vegliando giorno e notte: «Aya, che ora dorme, sarà dimessa presto. È cosciente, è solo stanca di stare in un letto d’ospedale. La prima cosa che ha chiesto appena si è svegliata è stata: quando potrò tornare a scuola? Le ho risposto forse giovedì, ma dubito che ci riusciremo. Amine invece è ancora intubata. I dottori hanno detto che le toglieranno il respiratore: è fuori pericolo. Siamo sollevati, abbiamo davvero rischiato».

La buona notizia non ha cancellato le difficoltà di una quotidianità precaria. «Siamo alloggiati all’hotel Airone – spiega –. Lunedì sono rientrato dall’ospedale all’una di notte e non ho nemmeno potuto mangiare. E non sono riuscito ad entrare nell’appartamento nemmeno una volta: ho telefonato all’amministratore, lui mi ha detto di rivolgermi in questura, lì mi hanno risposto che non era possibile».

Quello che interessa a Mohammed è «prendere le chiavi dell’auto. Senza macchina è un problema: non posso andare al lavoro, ho appena accompagnato mia moglie a prendere il treno per Milano, mi muovo a piedi».

Sul futuro a breve termine invece il padre non desidera rientrare in via Turri: «Quel palazzo per me è un buco nero, solo brutti ricordi. Se trovo un altro posto è meglio. C’è un odore malsano, è difficile vivere lì con le bambine; sto anche pensando di mandare la famiglia in Marocco in attesa di trovare una soluzione, ma le mie figlie vogliono rivedere i loro amici di classe, partirebbero malvolentieri e io non posso assentarmi dal lavoro a lungo. Davvero non so come fare senza aiuto, mi rivolgerò all’assistente sociale».

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CHI NON VUOL TORNARE

Anche Ramadan Hossameldin, 31 anni, una figlia di 2 anni e un maschio di 4, non desidera tornare in via Turri: «I bambini sono traumatizzati, di notte si svegliano per la paura, mia moglie è molto preoccupata. Non possiamo più vivere in quel palazzo, con il timore che accada di nuovo. Cerchiamo un altro alloggio».

Ieri Ramadan ha tentato invano di entrare nell’appartamento a prendere «scarpe e vestiti per i bimbi, non abbiamo di che cambiarli dopo la doccia, così non possono nemmeno andare a scuola». Preoccupato anche Ibrahim Abdou Hashish Reda, ospite dell’hotel Cristallo con moglie e quattro figli: «Non solo non abbiamo il ricambio ma nell’appartamento sono rimasti i soldi, non posso nemmeno comprare ciò di cui la famiglia ha bisogno». —


 

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