Gazzetta di Reggio

Reggio

parla salvatore muto 

Un imprenditore nel mirino dei killer del clan

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È stato seduto di fianco al suo avvocato dall’inizio dell’udienza. Un pacco di fogli davanti e lo sguardo serio, quasi torvo. Da vittima degli estorsori mandati dal boss della ’ndrangheta Nicolino Grande Aracri, nelle prime fasi dell’inchiesta Pesci, poi imputato e infine condannato per favoreggiamento e falsa testimonianza. Ma l’ultima brutta sorpresa, per Giacomo Marchio, l’imprenditore edile cutrese trapiantato nel Mantovano, doveva ancora arrivare. La peggiore: la cosca voleva ucciderlo. Una sentenza di morte emanata direttamente da Nicolino, salutata con entusiasmo dai suoi scudieri di stanza a Mantova, e poi annullata per l’intervento provvidenziale del fabbro di Borgo Virgilio, Giuseppe Loprete, “uomo di pace e verità” figura di punta del clan di Mesoraca, anche lui condannato in primo grado. Sono le cinque e mezza del pomeriggio quando, ligio al fuoco di fila delle domande dei procuratori generali Paolo Savio prima e Claudia Moregola poi, Salvatore Muto, il pentito ieri nella duplice figura di imputato e testimone, lo racconta senza giri di parole all’udienza del processo d’Appello Pesci. Loprete avrebbe dovuto uccidere Roberto Turrà nel Reggiano, e Antonio Valerio, oggi pentito, avrebbe dovuto sparare su Marchio “il porco”. A parlare del piano era stato proprio Valerio durante la sua testimonianza, due settimane fa, ma non sapeva il nome del bersaglio.

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