Artigiano condannato per le false assunzioni di dieci operai stranieri
La difesa: «Il lavoro era reale ma poi saltò, faremo Appello» Assolti un’impiegata e un 63enne, muratori in aula a giugno
REGGIO EMILIA. Tredici persone sotto processo per una vicenda che affonda le radici a ben sei anni fa e che riguarda la regolarizzazione di manodopera straniera attraverso la normativa sui flussi migratori che richiedeva – a quel tempo – un certo volume d’affari del datore di lavoro per poter avere diritto ad assumere personale extracomunitario che così otteneva il permesso di soggiorno.
L’INCHIESTA
Secondo quanto ricostruito dalla Procura, quelle assunzioni non erano mai avvenute (in un caso oltre i termini in cui erano applicabili i benefici della norma) e alla chiusura dell’inchiesta sono finiti sotto processo il datore di lavoro (Giuseppe Ferrandina, 59 anni, di Reggio Emilia) titolare di un’impresa artigianale edile, la reggiana 42enne Maria Aceto che come impiegata di uno studio per la gestione della contabilità aveva inviato la documentazione telematica all’ufficio immigrazione della questura, il cinese 63enne Guo Qing Zheng (residente a Campagnola) considerato dagli inquirenti l’intermediario fra la ditta edile e i dieci lavoratori stranieri da ingaggiare. Quest’ultimi – in gran parte difesi d’ufficio dall’avvocato Andrea Davoli – saranno processati in giugno e si tratta di due marocchini e otto cinesi, divenuti però dei “fantasmi” che nemmeno il legale riesce a contattare. E per la polizia questi stranieri avrebbero versato del denaro per ottenere l’ingaggio lavorativo ritenuto fasullo ma che avrebbe “fruttato” la regolarizzazione nel nostro Paese.
IL TRONCONE CHIUSO
Chiuso, invece, il processo nei confronti degli altri tre imputati. Il giudice Simone Medioli Devoto ha condannato Ferrandina a due anni di reclusione, mentre sono stati assolti sia Aceto che Zheng. La Procura aveva chiesto una triplice condanna. «Ferrandina aveva il volume d’affari adeguato per poter sfruttare la norma e abbiamo anche depositato la relativa documentazione fiscale – dice a fine-udienza l’avvocato difensore Luca Tadolini – inoltre il lavoro edile era reale, da qui la richiesta d’assunzione di quella squadra d’operai. Poi il lavoro non si era concretizzato. Faremo ricorso in Appello». Soddisfatto l’avvocato Vito Pellegrino che difende l’impiegata: «Abbiamo dimostrato che la mia assistita era nello studio solo una mera esecutrice e visto che il volume d’affari richiesto dalla normativa era idoneo, non aveva nessun motivo di dubitare su quella comunicazione telematica fatta alla questura». Gli fa eco l’avvocato Angelo Russo che assiste Zheng: «Nell’istruttoria non è emerso che facesse da intermediario e che avesse ricevuto dagli stranieri dei soldi per quelle occupazioni lavorative con relativo permesso di soggiorno». —
T.S.
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