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un quartiere allo sbando 

A fuoco l’appartamento della droga vi abitava un pusher finito nella retata

Tiziano Soresina
A fuoco l’appartamento della droga vi abitava un pusher finito nella retata

Via Turri: l’abitazione sfitta al numero 35 era in realtà occupata abusivamente. Trovate cannucce per l’uso di stupefacenti  

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Droga, occupazioni abusive, forse incendi deliberatamente appiccati.

Nei due palazzoni di via Turri – ai numeri civici 33 e 35 – si chiude una settimana terribile, sconvolgente per chi vi abita e che oltre a due morti ha lasciato una scia di intossicati, ingenti danni, indagini complesse e soprattutto la paura che monta di giorno in giorno.

BASE DELLO SPACCIO

Poteva essere diventato una base per chi spaccia stupefacenti l’appartamento che poco prima dell’alba di venerdì è andato a fuoco al quarto piano del condominio al civico 33. Probabilmente era il rifugio di uno degli indagati dell’operazione Rexit (27 le persone finite nel mirino della squadra mobile, fra cui 7 latitanti), poi “qualcuno” ha “ereditato” quell’occupazione abusiva. Abbandonato da tempo, l’appartamento era solo virtualmente chiuso, perché che fosse abitato lo dimostra quanto ritrovato, anche se devastato dal rogo: candele, cannucce (facilmente usate per consumare droga), diverse suppellettili fra cui un materasso. Poche ore prima dell’incendio la polizia municipale aveva controllato proprio l’appartamento al quarto piano, non trovando però nessuno.

MATERASSO IN FIAMME

Sulle cause dell’incendio l’ipotesi più probabile parte infatti dall’innesco di una fiamma libera, che avrebbe incendiato il materasso, facendo poi propagare le fiamme al mobilio attorno fino alle tapparelle, dalle quali sono uscite delle lingue di fuoco fino allo spegnimento effettuato dai poliziotti con estintori e manichette funzionanti del palazzo. Nessuna difficoltà ad entrare in quel palazzo: porta d’ingresso aperta, per non parlare della facilità d’entrare nelle cantine per poi risalire dall’interno il condominio.

La Scientifica ha già fatto i suoi accertamenti e si indaga per occupazione per incendio colposo e invasione di terreni o edifici. Coordina le indagini il sostituto procuratore Giacomo Forte.

Ben più complessa l’inchiesta su quanto accaduto nella notte fra domenica e lunedì nel palazzo a fianco, cioè al civico 33 di via Turri.

Come prevedibile, l’autopsia ha detto che i coniugi marocchini vittime del rogo – il 57enne Mohammed Bahik e la 54enne Malika Ouatach – sono stati uccisi da intossicazione acuta da monossido di carbonio respirato durante la disperata fuga per le scale.

Che le fiamme si siano alzate dalle cantine non vi sono dubbi, ma sulle cause di quest’incendio che ha sprigionato un fumo altamente tossico gli accertamenti sono ancora in corso. Cos’è accaduto in quelle cantine? Un cortocircuito? Oppure la volontà irresponsabile e odiosa d’incendiare il palazzo?

IPOTESI AGGHIACCIANTE

Quest’ultima ipotesi del dolo potrebbe prendere sempre più forma se non verranno trovate prove che vi fossero presenti degli abusivi nel seminterrato.

Un’ipotesi agghiacciante, ma non esclusa quella del dolo dagli investigatori coordinati dal sostituto procuratore Maria Rita Pantani. Capillare il lavoro investigativo svolto sin qui dalla Scientifica di Roma di concerto con i colleghi di Reggio Emilia e del gabinetto di Torino: si tratta di indagini tecnico-chimiche del massimo livello per eseguire quella che in gergo viene definita una “ricostruzione dinamica” di quanto avvenuto. Le cantine rimangono sotto sequestro – potrebbero essere necessari altri accertamenti – mentre per chi abita lo stabile c’è da attendere l’agibilità. Al momento le ipotesi di reato restano incendio ed omicidio plurimo colposo. —



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