L'ingestibile binario morto di Reggio
Via Turri e qualcosa di progressista: fare rispettare la legge
REGGIO EMILIA Chi mi parla è una persona a modo. Seleziona le parole. Per descrivere quel che c’era dentro il palazzo al civico 33 di via Turri dove domenica notte è scoppiato l’incendio, due persone sono morte e 40 sono rimaste intossicate, dice che era come “una babele”. Non ricorre alla parola letteraria “bolgia”, forse perché puzza d’inferno e quindi essa non dà speranze di salvezza. L’interlocutore è stato uno dei primi ad accorrere e ha avuto tutto e tutti sotto gli occhi, conteggi e controlli mai avvenuti prima, impossibili da praticare, perché babele era. “Nessuno sapeva quanta gente abitasse negli appartamenti e quanti e quali appartamenti fossero occupati. Nessuno conosceva nessuno, men che meno quelli che stavano nei garage e nelle cantine dove è scoppiato l’incendio”.
Altroché sconosciuti da pianerottolo, ma un mondo multietnico compresso e contratto su più piani, partendo dal sottoterra fin su, lungo le scale che hanno prodotto l’effetto camino. Il fumo ha soffocato marito e moglie. Dietro tante porte non si sapeva chi abitava, dormiva, mangiava, andava, veniva. Mi viene raccontato che gli usci di tre o quattro appartamenti sono stati sfondati immediatamente dai vigili del fuoco, e come l’angoscia di trovare altri morti abbia percorso i soccorritori.
La necessità immediata è stata quella dell’appello, il “chi conosce chi”, con quella domanda elementare e vitale che si poneva ai viaggiatori sulle corriere sgangherate di percorsi altrettanto inconsapevolmente rischiosi: “Ciascuno di voi ha in mente chi è il suo vicino di posto? Se lo tenga in mente, così nessuno si perde”.
A una settimana dalla tragedia di via Turri 33 il racconto prende una piega letteraria, perché è la migliore intonazione per spiegare quale popolamento coabita nella Città delle Persone (moderno blasone di Reggio Emilia).
Mi si permetta, dunque, di infilare nella babele anche i proprietari degli appartamenti, reggiani, asiatici o africani che siano, gli affittuari e i subaffittuari, la parte indigena. Mi si permetta di aggiungere anche le aziende che erogano servizi ed energia: luce, acqua, gas. Affinché, oltre l’appello nominale, anagrafico e giuridico di chi abita nel palazzo (tutti i palazzi) le utenze siano regolari, legali, conformi.
Cioè bisogna propagare il senso del dovere e il rigore della legalità anche in quei luoghi dove l’emergenza a lungo andare s’evolve in “diritto” socio-umanitario che si spegne non appena capita una tragedia. Cosicché l’emergenza diventa uno scandalo. Della serie: tutti vedevano, tutti sapevano, eppure... Eppure vige la censura su frasari del tipo “disgrazia annunciata”, “tutti conoscevano la situazione”, “intervengono quando ormai il dramma s’è consumato”...
Eppure che cosa? Eppure l’emergenza che risiede in quel quartiere – all’origine circoscritta ed estemporanea – in dieci anni è andata solidificandosi ed espandendosi nell’intera area della stazione: una specie di caotico binario morto. Che negli anni Settanta era la zona residenziale “in” e “top” della Reggio da bere, assai migliorista e umanitaria. Ora è l’ingestibile binario morto della città.
Sto eccedendo? Non credo, se si considera che nella settimana che si chiude dopo l’incendio al civico 33 c’è stato quello al civico 35 (palazzo gemello adiacente) e nel mezzo l’individuazione e l’arresto di un trafficante di droga che era tra gli sfollati nella notte dell’incendio. È la prova provata che nella babele s’incista anche il malaffare, lì si mimetizza, perché la babele è caos multilingue, multirazziale, multiculturale.
Vi pare che a questo punto ogni parola abbia un discreto aroma leghista? Mi libero subito dal sospetto osservando due cose. La prima è che sarebbe il tempo (il Pd l’ha perduto) di parlare oltre che di diritti e di emergenze, anche di doveri, di obblighi, di gestione razionale dell’immigrazione, di puntualità della legge.
Questa sì è una condizione progressista, riformista, antiretorica e civile. La seconda è che a fronte dei fatti di via Turri, anche la Lega localmente prova a svolgere un ragionamento amministrativo, extra-salviniano. Il deputato Gianluca Vinci sui social: “Acquisto di appartamenti oggi a prezzi bassissimi per destinarli a case popolari dove riportare italiani abbassando la percentuale di cittadini extracomunitari al di sotto di 1/3, oggi in zona stazione sono 2/3, 3.500 su 5.000 residenti, questa non è "integrazione". Inoltre è urgente rivedere la viabilità riaprendo tutti i sensi di marcia, dove c'è transito veicolare c'è più sicurezza, spacciatori, rapinatori e prostitute vivono bene nelle zone a basso traffico imposte dal Comune”.
Più semplicemente nessuno o quasi sa da dove cominciare ad affrontare l’emergenza e risolverla, al di là dei controlli, dei blitz, delle operazioni delle forze dell’ordine, degli interventi caritativi, dei dolcificanti estetici. Nei giorni scorsi alcuni esponenti di comitati civici sono passati alla provocazione per eccesso. Hanno immaginato il trasferimento altrove e la diluizione della concentrazione della babele, quindi l’abbattimento di quei casoni, dunque un ripensamento del quartiere.
Ogni città ha una questione-stazione. La babele di Ferrara è rappresentata dal “grattacielo”, due torri che all’origine rappresentavano una nuova idea residenziale per i facoltosi nativi. E proprio mentre le due strutture crescevano nel quartiere chiamato Giardino, lo scrittore Giorgio Bassani, allora consigliere comunale, il 25 giugno 1962 interveniva: “Ogni volta che scendo dal treno alla stazione e vedo il famigerato grattacielo, non saprei dire se più brutto o più stupido, letteralmente mi si stringe il cuore.
L'ignobile casone fu concepito sotto questa amministrazione. Non importa. Se fosse possibile ricorrere a qualche sicario dell'Oas perché provvedesse a farlo saltare, io, per me, non avrei nulla in contrario. Il carattere di Ferrara deve essere mantenuto: non fosse altro che per ragioni amministrative, economiche, pratiche”. Eccesso di letteratura.
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