«Usavano i loro precedenti per minacciare le vittime»
reggio emilia. Il quadro descritto da Guglielmo Battisti, dirigente della Mobile reggiana che ha svolto le indagini, è quello di una zona avvolta dalla paura. Paura di cadere vittima dei soprusi dei due sinti o, una volta finiti nella loro morsa, paura di denunciare e subire ripercussioni.
«In quel quartiere – spiega Battisti – ci pare aver capito che avessero la sensazione di essere intoccabili e si facevano scudo del proprio carico di precedenti».
Tanto che lo stesso gip Giovanni Ghini, nell’ordinanza in cui dispone l’arresto di padre e figlio, ha spiegato come il casellario di Antonio Debarre indichi esigenze cautelari di altissimo livello.
E non è un caso infatti che il 41enne, uscito appena questa estate dalla sorveglianza speciale, ieri al momento dell’esecuzione dell’arresto si trovasse già in carcere per scontare una pena legata ad altri reati.
«Ricostruire la dinamica dei fatti non è stato facile – prosegue il dirigente – le persone erano terrorizzate. Si tratta di reati che definire soprusi è riduttivo, i due minorenni ad esempio erano ancora traumatizzati. È doveroso ringraziare la procura e il pubblico ministero Iacopo Berardi, che ha coordinato le indagini e ha dato fiducia al nostro lavoro, permettendoci di far emergere questo contesto criminale».
Nello specifico a entrambi gli arrestati, Antonio e il figlio Degan Debarre, viene contestata una rapina, mentre più lunghe sono le accuse mosse contro il 21enne, già noto nonostante la giovane età per furti, truffe ed estorsioni: undici nel complesso i crimini che gli vengono attribuiti, per ora.
Il sospetto degli inquirenti infatti è che ancora molto sia il sommerso, taciuto per il clima di paura e terrore che i due avevano creato nel quartiere residenziale alle porte della città. —
L.G.
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