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POVIGLIO, IL PORTAVOCE DEL COMITATO ARCOBALENO 

Stalking e procurato allarme Fabio Dosi rinviato a giudizio

AM.P.
Stalking e procurato allarme Fabio Dosi rinviato a giudizio

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POVIGLIO. La vicenda del Comitato Arcobaleno di San Sisto finisce in tribunale, con il rinvio a giudizio dell’avvocato Fabio Dosi, accusato da due imprenditori di stalking, procurato allarme e diffamazione. Il legale, residente a Parma ma con una abitazione nella frazione povigliese, è stato trascinato a giudizio dai legali rappresentanti di tre aziende (Padana Legnami srl, Ares srl e Società Agricola Tricolore sas, facenti capo la prima a Omar Parmigiani e le altre alla moglie Paola Menozzi) in virtù del suo ruolo di portavoce del gruppo di cittadini che nel 2014 lamentarono polveri, rumori e timori per la salute pubblica, rilasciando una serie di interviste alla Gazzetta di Reggio e chiedendo verifiche alle autorità.

In seguito a più denunce di marito e moglie, in base agli allegati documentali (foto, post e articoli), il pm Piera Giannusa ha esercitato l’azione penale senza ulteriori indagini. Giovedì scorso Dosi, difeso dall’avvocato Vainer Burani, è comparso in sede di udienza preliminare davanti al gup Giovanni Ghini, che ha ammesso l’imputato al rito abbreviato e ha rinviato al 31 gennaio, quando si aprirà il procedimento. La coppia di imprenditori si è costituita parte civile mediante l’avvocato Roberta Ramelli del Foro di Mantova, con una richiesta di 25mila euro per i danni morali.

LE ACCUSE

In seguito a più querele sporte dai coniugi, Dosi è stato accusato di atti persecutori «perché, nel corso di riunioni, incontri pubblici, pagine Facebook e rilasciando interviste alla stampa, ha accusato i querelanti di aver compiuto abusi edilizi, di aver depositato sui terreni delle società materiali inquinanti e di progettarne il futuro stoccaggio rifiuti, cagionando loro un grave stato d’ansia e un cambiamento delle abitudini di vita», come accompagnare la figlia al lavoro. La diffamazione aggravata (a mezzo stampa e via social network) consisterebbe nell’aver «offeso la reputazione» dei coniugi, «sostenendo una similitudine con la vicenda dell’Ilva di Taranto». Il procurato allarme deriverebbe dal fatto che, durante una riunione con il sindaco dell’epoca Giammaria Manghi, «consapevole dell’esito favorevole (alle ditte, ndr) dei controlli operati da Arpa e Ausl», Dosi mise in correlazione le aziende «con un presunto aumento di casi di tumore nella zona, annunciando in tal modo un pericolo inesistente».

DUE VISIONI OPPOSTE

«Il mio assistito – afferma l’avvocato Burani – nega con forza ogni addebito e non ritiene di aver commesso alcun reato. Ha solo esercitato un diritto, chiedendo alle autorità una verifica finalizzata alla salute pubblica. Anzi, rilevo una anomalia: l’attività svolta da Dosi è stata svolta da altri cittadini (lui aderì al comitato due anni dopo che si era formato). Siamo certi di poterci difendere in giudizio».

Secondo l’avvocato della controparte, il comportamento di Dosi è particolarmente grave perché ha insistito anche dopo che l’esito delle analisi aveva dimostrato che i valori delle imprese erano nella norma. —

AM.P.

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