«Mario era l’esemplificazione del giuramento di Ippocrate»
L’ex compagno di studi e collega Giuliano Bedogni ricorda l’amico Meinero «È uno dei padri della chirurgia laparoscopica, vincitore di premi di prestigio»
REGGIO EMILIA. «Mario Meinero era l’esemplificazione del giuramento di Ippocrate».
È un ricordo dolente e pieno di affetto quello di Giuliano Bedogni, uno dei luminari della medicina reggiana e vecchio amico di Mario Meinero, il chirurgo morto la notte di Natale, ucciso da un infarto. Bedogni e Meinero hanno percorso tanta strada insieme, dalle barricate studentesche del ’68 a Modena sino alla storica equipe del Santa Maria Nuova guidata da Umberto Parisoli, il “padre” professionale della generazione di medici che ha fatto enormemente crescere l’ospedale cittadino.
Chi era Mario Meinero?
«Una persona speciale, sempre pronta a impegnarsi per gli altri, generosa, attenta ai pazienti, senza voglia di mollare. Abbiamo condiviso insieme passioni e lavoro, è una perdita enorme».
Quando vi siete conosciuti?
«A Modena, all’università, negli anni dell’onda del 1968, un periodo di ideali e impegno che poi abbiamo sempre portato avanti, pur con le delusioni che ha comportato».
E poi?
«Poi ci siamo ritrovati nell’equipe di Umberto Parisoli, nella divisione chirurgica di Reggio Emilia. Fu un enorme piacere ritrovarsi».
Di carriera dopo ne avete fatta, no?
«Mario è stato uno dei padri della chirurgia laparoscopica. Assieme a colleghi francesi e italiani ha scritto il primo libro sugli interventi in laparoscopia, ha vinto un premio prestigioso come il Ruggieri. È andato a Correggio come primario, poi è tornato a Reggio come primario».
Un grande medico?
«Un grandissimo medico, un innovatore. Se oggi l’Ircss e il Core del Santa Maria Nuova di Reggio sono la realtà che sono, è anche merito di persone come Mario».
E di persone come Giuliano Bedogni, anche?
«Quello al massimo lo diranno gli altri. In questo, io e Mario eravamo molto simili. Lui non amava i riflettori, rifuggiva le celebrazioni, ha sempre pensato a fare del bene: in poche parole, era l’esemplificazione del giuramento di Ippocrate».
Che intende?
«Ippocrate dice che un medico ha il dovere di salvare un paziente, se non ci riesce deve curarlo e se neppure questo è possibile deve consolarlo. Mario Meinero era questo».
Terminata l’attività in ospedale, non si era fermato, dedicandosi alla Palestina. Troppa passione per smettere?
«Aveva un’enorme passione, lo capisco, anche io non sono riuscito a fermarmi: ha messo tantissime energie per i progetti per gli ospedali palestinesi, era un altro modo per portare avanti quell’impegno che lo ha sempre caratterizzato. E che ha segnato la nostra generazione. Me lo ricordo a Gerusalemme, sempre indaffarato».
Lo aveva seguito nelle sue attività là?
«L’ultima volta che l’ho visto è stato proprio a Gerusalemme, con un gruppo di amici eravamo andati a trovarlo e a vedere i vari progetti che stava seguendo là, la formazione dei giovani medici, era sempre energico, pieno di voglia di fare e di aiutare».
Cosa perde Reggio con la morte di Mario Meinero?
«È una perdita enorme, parlo a livello mio personale ma penso anche alla nostra città. Lui era di Cuneo ma ormai questa era la sua città, qui aveva costruito la sua vita, la sua famiglia, e qui aveva sempre lavorato ad altissimi livelli fra Reggio e Correggio. Era un caro amico ed una grande persona, è giusto che Mario sia ricordato come sta accadendo, questa è davvero una perdita pesante per tutti noi». —
Adriano Arati
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