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«Ci sono troppi cantieri? Buon segno E i progetti alternativi? Sono inesistenti»

stefano scansani
«Ci sono troppi cantieri? Buon segno E i progetti alternativi? Sono inesistenti»

Il primo cittadino propone un bilancio del mandato e lancia il programma da qui al 2030. Parla di “cambio di passo” Poi va all’attacco delle opposizioni: «Da parte loro non ci sono idee, non c’è classe dirigente, non ci sono proposte”

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l’intervista

stefano scansani

Sindaco, inizio dall’ultima notizia. Reggio Emilia è nella casella numero 18 della graduatoria della qualità della vita. Ha ceduto due posizioni rispetto alla pagella del 2017. Un buon piazzamento comunque. Meriti e demeriti?

«Reggio Emilia è ormai stabilmente in alta classifica in tutte le rilevazioni sulla qualità della vita. Insieme a Trento, Bolzano, Aosta, Belluno e altre città emiliane siamo nel gruppo delle città medie più dinamiche, più aperte all’innovazione, con gli standard più alti nei servizi ai propri cittadini.

Reggio ha alle spalle dieci anni durissimi, ma esce dalla crisi con un sistema economico in crescita e un basso tasso di disoccupazione. Nell’educazione e nel welfare si confermano i fondamentali che hanno distinto queste terre. In questi anni abbiamo assistito ad una grande crescita dell’università e della sanità, ad una riorganizzazione del sistema culturale che lo ha reso sempre più centrale nell’idea di città. Tutto questo grazie alla straordinaria capacità tutta reggiana di “fare insieme”.

Ora va lanciata una sfida nuova che riguarda il futuro. Reggio deve assumere il tema della sostenibilità ecologica e degli stili di vita per i prossimi dieci anni come uno dei terreni su cui lavorare per crescere ancora. E poi, più in generale, la sicurezza sociale e la cura della fragilità. Finché vi sarà anche un solo cittadino che dirà di avere paura noi dovremo occuparcene e impegnarci, per dare risposte alle tante incertezze del nostro tempo. È chiaro che qui si colloca anche l’esigenza di continuare a operare a favore dell’economia e del lavoro».

Nel serio e anti-provinciale dibattito aperto dalla Gazzetta sul dilemma “Reggio città o paesone?” il Comune o gente dell’amministrazione non hanno partecipato. Dica la sua.

«Reggio è ormai da tempo una città che si misura con la contemporaneità, con opportunità e problemi che caratterizzano tutti i centri dove ogni giorno la dimensione locale è costantemente connessa a quella globale. Un sistema economico aperto al mondo, una città delle 100 nazionalità, una proiezione internazionale in tanti settori non scontata.

Poi chiaramente sopravvive, nello spirito di comunità, una origine antica, contadina, abitudinaria, ancora legata ad antichi valori, alla propria terra. È una tensione costante tra dimensione comunitaria, che a volte può sembrare provinciale, e una apertura all’innovazione e al mondo contemporaneo.

Non vedrei le due dimensioni come in conflitto, ma come entrambe parte di una identità che non si ferma, ancorata alle proprie radici ma che si sente sempre in cammino e aperta a nuove sfide».

Sempre in quel dibattito è emersa l’incompiutezza dell’infrastruttura che pone Reggio al centro: la stazione ferroviaria Mediopadana. Partendo dall’insufficienza dei parcheggi, il Comune che fa?

«Quella della Mediopadana è una storia di successo. Nessuno aveva previsto una crescita così dirompente. Se ricordo l’atteggiamento delle minoranze in sala del Tricolore allora (notevole il loro slogan: “Sarà una cattedrale nel deserto”) sembra di vedere certe polemiche sui progetti di oggi. Sempre contro. Sempre pronti a scommettere sul fallimento della stazione. Quando ho iniziato il mio mandato avevamo 1.200 passeggeri al giorno e circa 600 posti auto. Oggi abbiamo 4.000 passeggeri e oltre 1.000 posti auto, ma non basta. Abbiamo stanziato 4 milioni, tolti ad investimenti sul resto della città, stiamo per appaltare e realizzeremo 500 nuovi posti.

Detto questo ora bisogna rilanciare sul futuro. Ho proposto una cabina di regia che coinvolga tutti i principali attori del territorio sui principali progetti della città. La stazione è il nostro unicum su cui far leva per promuovere Reggio in un grande piano sull’attrattività. Attrattività di investimenti, lavoro e conoscenza e, in ultima analisi, anche attrattiva turistica. La stazione è la porta di Reggio verso l’Europa ed e il perno della centralità della città nell’area Mediopadana di cui Reggio si candida ad essere capoluogo di riferimento».

Il 2018 per quel che riguarda la sicurezza si chiude con una sua decisione in controtendenza: ai proprietari degli alloggi sfitti di via Turri imporrà di murare gli accessi. Ce n’è sono voluti di tempo, di tensioni e di fumo..

«Su via Turri interverremo d'accordo con le forze dell'ordine controllando utenze private, in particolare sfitte, sul piano delle autorizzazioni urbanistiche, della regolarità sanitaria e dell'ordine pubblico. Qualora si evidenziasse la mancanza di requisiti i proprietari o si metteranno in regola oppure inibiremo l'ingresso ai locali non a norma».

Solo ordine pubblico e controlli?

«Se mi guardo indietro mi limito sommessamente a sottolineare che la zona stazione è stata una di quelle nelle quali gli interventi - sulla sicurezza ma non sono - dell'amministrazione sono stati più significativi e continui. Potevamo scegliere qualsiasi altro quartiere per la nuova sede della Polizia Municipale, invece abbiamo scelto di investire oltre 6milioni di euro proprio fra via Turri e via IV Novembre e porteremo in zona 200 agenti tutti i giorni. È stato cambiato tutto il sistema di videosorveglianza. Penso anche all'intervento sul parco delle Paulonie, all’esperienza unica di Binario 49 da poco inaugurato, al rifacimento di piazzale Marconi, agli eventi culturali e di street food, agli investimenti sul decoro urbano: luce, asfalti, marciapiedi. Al lavoro straordinario dell’asilo Elisa Lari e della parrocchia.

Su via Turri anche in Consiglio comunale alcuni criticano a ruota libera, però mi dolgo assai vedendomi costretto a constatare che quasi nessuno proponga cose serie e fattibili, bilancio del Comune alla mano. Essere amministratori significa prima di tutto portare avanti progetti plausibili, realizzabili, non alzare la voce su un tema, poi il giorno dopo su un altro, poi il terzo giorno su un altro ancora e così via, senza riuscire a condurre in porto alcun risultato. I cosiddetti “leoni di tastiera” non hanno mai risolto un solo problema concreto in vita loro.

Lo dico con molta umiltà e molto rispetto: è un’azione, la nostra, al tempo stesso quotidiana e di medio periodo, volta a tutelare chi vive lì e ha giustamente bisogno di maggiore sicurezza.

Dobbiamo gradualmente alleggerire il carico edilizio e residenziale della zona. Poi nei prossimi mesi correremo ad un bando regionale per intercettare alcuni milioni di euro destinati ad una imponente riqualificazione di prospettiva» .

Altra spina nel fianco della sua amministrazione è la questione delle ex Reggiane di cui tanto si parla (compresi i suoi antagonisti), ma che cosa si fa?

«Quando penso all’area delle Ex Reggiane 5 anni fa vedo alcune cose: il bel progetto del Parco Innovazione, Piazzale Europa in condizioni di evidente degrado, il Tecnopolo appena inaugurato e un quartiere, Santa Croce, in una situazione davvero critica. Poi penso a chi ne fa oggetto ogni giorno di attacco politico e mi chiedo: governassero loro? Cosa avrebbero fatto? Con la cultura del “no a tutto” che propugnano la città si fermerebbe, rischiando di infilarsi in una spirale involutiva.

Oggi, cinque anni dopo, il cantiere del Parco Innovazione e realtà, alcune aziende che impiegano centinaia di lavoratori si sono già trasferite in questi giorni, a marzo inaugureremo il capannone 18. Abbiamo appaltato il 17, la seconda parte di Piazzale Europa, il progetto del riuso e l’abbattimento del passaggio livello di viale Ramazzini. È in corso a Santa Croce la più imponente operazione di riqualificazione urbana dal dopoguerra. Lì davvero una nuova città sta nascendo. C’è il paradigma di una comunità orientata all’economia della conoscenza. Alle ex Reggiane sorgeranno un Polo del Digitale e con l’arrivo di Palomar un importante insediamento produttivo dell’industria creativa.

Quanto ai capannoni ancora abbandonati sono stati fatti passi in avanti enormi anche e sopratutto per merito del lavoro delle forze dell’ordine.

C’è un monitoraggio quotidiano, sappiamo chi vive lì, chi è irregolare è stato espulso. Si è agito tenendo insieme legalità e integrazione e qui vorrei ringraziare quella rete di associazioni, di medici volontari che insieme a don Daniele hanno concretizzato una idea di umanità e solidarietà che interpreta al meglio lo spirito di questa città, lo spirito di Reggio Emilia».

Che cosa ne pensa di questo fenomeno: sulla soglia delle elezioni comunali le amministrazioni in carica (e in scadenza) si svegliano di soprassalto e suonano la carica...

«A onor del vero mi risulta che l'ampliamento del Palasport, opera attesa da oltre 30 anni, sia stato completato ormai alcuni anni or sono. Mi pare che piazza della Vittoria sia stata inaugurata da un po’. Idem la ristrutturazione del teatro Ariosto. Se non ricordo male il taglio del nastro del Core dovrebbe essere avvenuto nel 2016. Potrei continuare a lungo, solo per dire che di inaugurazioni di opere - piccole e grandi - ce ne sono state parecchie dal 2014 a oggi. Spero che questo non faccia sobbalzare nessuno sulla sedia. Mi dispiacerebbe.

Poi è chiaro che quando arrivi a fine mandato vanno a compimento progetti a cui stai lavorando da anni. I Chiostri di San Pietro, la Tangenziale nord in capo ad Anas, le piazze, il Parco innovazione, l’Arena, l’avvio dei lavori al Seminario, il Mire. Mi dicono ci siano molti cantieri. E il segno di una realtà in cammino... però voglio aggiungere una cosa. Mi fa piacere si colga un evidente cambio di passo, ma la città deve anche riflettere sulla inesistenza di un progetto alternativo. Sono stato in consiglio comunale per anni, ma mai mi era capitato di avere una così scarsa sollecitazione dalle opposizioni. Non ci sono idee, non c’è classe dirigente, non c’è progetto».

Fa bene, in ogni circostanza, a ricordare che la sua amministrazione “fa” e che cosa Reggio oggi “dà”. Ma forse è mutata la percezione dell’opinione pubblica rispetto ai politici e alla politica. Qual è il suo pensiero?

«Il mio pensiero su questo punto prescinde e va oltre il mio ruolo. La politica, sopratutto ai livelli nazionali, ha tradito spesso grandi aspettative, ha mostrato segni evidenti di caduta del senso di etica pubblica.

I sindaci e i Comuni incarnano ancora l’istituzione rappresentativa su cui si pone maggiore fiducia. Ogni giorno il rapporto diretto con i cittadini mette alla prova senso di concretezza, capacità di corrispondere a impegni presi, ascolto e decisione.

Non si può fare il sindaco per ambizione, lo puoi fare solo vivendolo con spirito di laica vocazione. Ho cercato di svolgere questo incarico con sobrietà, con grande rispetto della mia città, ascoltando e decidendo ogni giorno, ma sempre con la possibilità di motivare pubblicamente ogni decisione.

Ho trovato una città attenta, che vuole partecipare, in cui gentilezza e cordialità continuano ad essere valori, in una società dove troppi politici invece incitano all’odio verso l’altro. Ho cercato di unire, di pacificare, di favorire collaborazione, mai di spaccare».

E qual è il suo partito? O meglio, parte di partito?

«Sono stato fra i fondatori del Partito Democratico. Credo di aver dato un contributo rilevante in questi anni. Ora però, nella consapevolezza di quanto accaduto il 4 marzo, credo serva un atto di apertura, un ponte verso quella ampia società che vede la fragilità al governo del M5S, che non si riconosce nella visione valoriale della Lega. C’è un grande campo, fatto di sensibilità radicali e moderate ma accomunate da una visione “altra” della società. Il Pd con generosità deve mettersi a disposizione di questo viaggio e a Reggio deve essere uno dei protagonisti di un progetto plurale che con affidabilità, serietà e competenza guardi alla Reggio del 2030».

Recentemente la Gazzetta ha dato conto di un sondaggio sulle comunali 2019. Alla sua coalizione, Pd più satelliti, viene assegnata una percentuale appena superiore al 40%. Ballottaggio, dunque. Che effetto le fa immaginare di essere il primo sindaco della storia reggiana ad affrontare il secondo turno con tutti i rischi del caso?

«Il discorso mi sembra un po’ più generale. Al di là di Reggio Emilia chi oggi può affermare con certezza di poter vincere al primo turno? Siamo passati da un contesto bipolare ad uno tripolare, un contesto che non va sottovalutato nella sua inedita complessità. Noi comunque puntiamo a vincere al primo turno.

Non chiediamo fiducia per un secondo giro in cui chiudere i progetti del primo giro. Ci rivolgiamo alla città nella sua interezza, anche a chi non ha condiviso il percorso con noi questi cinque anni. Vogliamo costruire non un programma elettorale, ma un progetto di città che guardi alla Reggio del 2030, da costruire insieme ai cittadini. Diamo fiducia alla città per avere fiducia. Reggio ha dieci anni difficili alle spalle, ne esce con tanta progettualità impostata e nuove rilevanti fragilità da affrontare. Ora inizia una nuova fase, un nuovo progetto, un nuovo viaggio».

Le tre cose che farebbe domattina per Reggio, le più pratiche, possibili, concrete?

«Inizieremo il 2019 chiudendo due opere importanti. I Chiostri di San Pietro e il Capannone 18 delle Reggiane saranno inaugurati e aperti a tutte la città.

A gennaio approveremo il progetto esecutivo della Tangenziale di Rivalta a seguito del quale partiranno le procedure sul bando di gara.

Nel 2019 ci sarà una nuova importante mostra di cui però di più ora non posso dire altro. E sopratutto appena sale la temperatura partirà il piano straordinario di manutenzione stradale: 3 milioni di euro di asfalti». —



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