Suor Carolina e don Puglisi «Risvegliava le coscienze un prete inviso ai mafiosi»
La religiosa ha ricordato la lezione del sacerdote ucciso dal clan a Brancaccio «Era considerato pericoloso perché cambiava le mentalità»
MONTECCHIO. Bagno di folla all’oratorio di Montecchio per l’incontro con suor Carolina Iavazzo, la più stretta collaboratrice di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia nel 1993.
L’incontro è stato il momento culminante di un percorso di crescita, sui temi della dottrina sociale della Chiesa, svolto dai ragazzi delle superiori della parrocchia che, dopo aver fatto un’esperienza in Calabria la scorsa estate, hanno accolto in questi giorni suor Carolina, alcuni suoi collaboratori ed un gruppo di ragazzi del suo oratorio di Bosco di Bovalino, nella Locride, coinvolgendo nell’accoglienza molte famiglie, le suore dorotee e tutta la comunità parrocchiale.
IL LASCITO MORALE
Nel salone dell'oratorio, gremito da 400 persone, suor Carolina ha parlato di educazione, di legalità, di onestà, di libertà e soprattutto di amore, facendo conoscere meglio quel sacerdote che diceva che bisogna lasciar fare il bene a chiunque lo volesse, senza guardare da che parte venisse, perché comunque il bene è sempre bene; quel sacerdote che diceva che per regalare stupore agli altri, non bisogna dare niente per scontato e che bisogna sempre donare una possibilità in più a tutti e amare l’altro così da aiutarlo a crescere. Don Puglisi non era un eroe né un prete antimafia, ma semplicemente un prete che viveva la sua vocazione.
EDUCARE I GIOVANI
Un tema fondamentale emerso durante la serata è quello relativo all’educazione: la mafia prospera dove mancano educazione, istruzione e cultura. «Per combattere la mafia è dunque fondamentale – ha rimarcato suor Carolina – ogni aspetto della crescita educativa dei giovani, partendo dai piccoli gesti quotidiani, valorizzando l’importanza della scuola, delle comunità cristiane, della rete tra famiglie, il tutto a sostegno del primo soggetto educativo che sono i genitori». Come ha ben spiegato sempre suor Carolina, la mafia non teme i cortei e le manifestazioni, bensì il cambiamento della mentalità delle persone e il risveglio delle coscienze. Per la mafia don Pino Puglisi era un personaggio pericoloso perché, coinvolgendo tanti adulti, toglieva i giovani dalla strada, li sottraeva al controllo della malavita organizzata e li rendeva consapevoli che è possibile un’altra vita nella logica dell’amore e camminare a testa alta. E in effetti l’attività e il sacrificio di don Pino Puglisi hanno davvero smosso le coscienze e inciso nella mentalità degli abitanti di Brancaccio, che nel tempo è molto cambiato. Aiutare i fanciulli a scoprire i propri talenti, avere la libertà e la capacità di scegliere della propria vita è la missione che suor Carolina prosegue attualmente a Bosco di Bovalino, affidandosi alla fede e portando avanti l’impegno iniziato in Sicilia, mai da sola e quindi sempre in comunione con altri. —
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