Un'ordinanza per essere uomini
Il provvedimento di Luzzara in una provincia fra le prime per "odio digitale"
REGGIO EMILIA Strano il mondo, eh? Credono di far sparire i problemi per decreto. Luigi Di Maio da Avellino dichiara che la povertà è stata abolita. Matteo Salvini da Milano proclama che l’invasione dei neri è finita. Andrea Costa da Luzzara ordina di smettere di essere cattivi. Secondo me il più realista è quest’ultimo, il sindaco del comune settentrionale della provincia reggiana.
Semplicemente perché Costa affronta un tema – quello dell’odio sociale – che in via immediata non ha a che fare con lo spread, il babau della procedura d’infrazione, con la quota 100 e l’Iva al 15 per cento, il reddito di cittadinanza...
Tant’è che il boom economico, il miracolo italiano e il piccolo è bello non furono direttamente proporzionali alla bontà, alla gentilezza degli italiani o alla cultura della concordia. Quella della cattiveria non è una questione politica o economica, bensì morale. Social e sociale. Riguarda la salute civile del Paese.
I tempi sono bruti perché la gente va perdendo la virtù e la conoscenza (dal Canto di Ulisse dell’Inferno dantesco ho smontato la celebre terzina Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza...).
Costa con la sua ordinanza anti-cattiveria, emanata venerdì, su 4 fogli dattiloscritti, una estensione di 38,54 chilometri quadrati e riguardante i neanche 9mila cittadini luzzaresi residenti, invia un segnale enfatico: finiamola.
Le punizioni per i contravventori saranno d’ordine educativo, civile, culturale: leggere libri, vedere film e rappresentazioni teatrali, apprezzare opere d’arte, visitare luoghi-simbolo del rispetto e della tolleranza, svolgere almeno 10 ore di volontariato...
Immagino il vostro sorriso sull’astrattezza della mossa di Costa, che è segretario provinciale Pd, che dunque dovrà essere coerente e pronto a non incorrere nei rigori della sua disposizione: Costa deve essere buono e bravo, altrimenti il gioco si rompe. Immagino il vostro sorriso davanti al moralismo delle pene. Però si può prevedere che per certi individui leggere un libro o vedere una pinacoteca equivalga ai lavori forzati.
anti-rabbica
Il tema della cattiveria sociale nei giorni scorsi è stato trattato dal presidente della Repubblica e dal Papa. È un’emergenza nuova, sconosciuta almeno alla memoria democratica: l’imbruttimento stavolta parte dall’alto e spiove, percola nei piani sottostanti, cioè dentro quello che ora fanno a gara nel chiamarlo “popolo”, fornendo una patente corsara al fiume di odiatori reali o virtuali.
La necessità di una campagna anti-rabbica fra gli umani che si combattono a suon di insulti, è reggiana. La nostra provincia è stata inserita nella top ten delle città italiane dove scorre maggiore rabbia in Internet. Lo studio condotto da “Voices from the blogs” e pubblicato da Wired risale a febbraio 2017 e indicava Reggio come prima città emiliana in questo contesto. Le storiche élite politiche non hanno captato il sobbollimento, il Paese arcistufo, il degrado del confronto, il linguaggio mutato.
Le nuove élite hanno immediatamente intuito che il consenso è sostenuto da ingredienti favorevoli: minimalismo e anticonformismo, parlar ruvido, cioè il “parla come mangi” da cui i selfie con le uova fritte e i dolci ipercalorici; da “bacioni” al “me ne frego” come intercalare diplomatico-internazionale; dai “vaffa” ora trasformati in “lo vuole il popolo” e “noi, eletti dal popolo”. Il linguaggio intestinale parte dal quasi lontano, da quando Bossi decretò “Con il tricolore mi ci pulisco il culo”, da quando Grillo sentenziò “Chi si fa i cazzi suoi campa cent'anni e chi si i fa i suoi e i nostri diventa presidente del Consiglio”.
I timbri e il tono di questa comunicazione diretta e autoprodotta sono atti a mantenere in tanti cittadini uno stato di tensione e imitazione. Così che l’autonomia di pensiero va a farsi benedire, il desiderio di informarsi muore, le pulsioni dipendono da un post, da un tweet e altre cretinerie subliminali studiate a tavolino da super specialisti della persuasione, che è cosa differente dall’informazione. Altro che Grande Fratello che tutto controlla e condiziona (non quello di Canale 5 dove fu concorrente Rocco Casalino, oggi stratega comunicativo del premier Giuseppe Conte, ma di George Orwell che bisognerebbe aggiungere ai libri da leggere nell’ordinanza di Costa). Il sindaco di Luzzara introduce fra le sanzioni inflitte ai cattivisti anche il godimento di opere d’arte. Perché il bello guarisce, salva.
Questa non è una intuizione del puntuale Dostoevskij, ma un combattimento antropologico del quale la storia trasuda. Cattivi e buoni, non come categorie, ma percorsi di senso delle vite individuali rappresentate dalle due sculture di Gian Lorenzo Bernini: l’Anima Dannata e l’Anima Beata, se confrontate chiamano a una scelta ciascuno di noi. Perché l’essere cattivi è una condizione personale, di responsabilità personale. Ad essere buoni si va in paradiso, e in ogni caso la bontà fa stare meglio, tutti.
Tutti chi? Non il popolo o i 60 milioni di italiani indistinti sbandierati come un blocco sovrano, ma ognuno. Nella canzone “Barabba” risalente al 1994 Jovanotti forniva due immagini del brutalismo e del ricorso storico. Il primo: “Ho già visto quelle facce in piazza Venezia, quando il duce parlava affacciato al balcone. Le ho riviste poco dopo in piazzale Loreto. Quella stessa fottuta espressione”. Il secondo: “Un cazzotto che ci giudica continuamente. E dice cerca di essere uomo prima di essere gente!”. Ecco, per essere uomini non dovrebbe servire un’ordinanza. —
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