Gazzetta di Reggio

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Ecco la vita alle Reggiane fra spartizioni territoriali e fragili equilibri tra etnie

Leonardo Grilli
Ecco la vita alle Reggiane fra spartizioni territoriali e fragili equilibri tra etnie

Capannoni ed edifici abitati dai senzatetto sono suddivisi fra nigeriani e ghanesi Ma la convivenza fra migranti non è facile, con spacciatori e persone in povertà

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Rapine, violenze sessuali, ricettazione di merci rubate, spaccio. E poi solitudine, degrado, povertà, fragilità. E in tutto questo, ciò che colpisce di più delle ex Officine è la facilità con la quale è possibile accedere ai palazzi e ai capannoni diroccati, un tempo eccellenza dell’industria italiana. A patto, ovviamente, di esser disposti a mettere a repentaglio la propria incolumità perché, come dicono gli stessi “residenti” regolari delle Reggiane, «ci sono corridoi e stanze dove è meglio non andare».

Dove nessuno va, mai: lì ci sono gli spacciatori, i ricercati, «non vogliono esser disturbati». Quello che è emerso dopo l’accoltellamento per questioni legate al controllo degli allacci abusivi alla corrente elettrica è una sorta di divisione territoriale per etnie all’interno dell’area abbandonata, fra il cantiere multimilionario del Tecnopolo e via Agosti.

Una situazione in realtà già nota, che rispecchia dinamiche di aggregazione tipiche dell’immigrazione, ma che dentro le Reggiane muta in continuazione a seconda degli arrivi, degli equilibri fra nazionalità e dei blitz delle forze dell’ordine o delle chiusure di alcuni spazi.

l’ingresso alle officine

Così ieri verso l’ora di pranzo siamo entrati nell’unica vera zona di nessuno che esiste a Reggio Emilia. Passando per l’ingresso utilizzato dagli operai del cantiere – l’accesso da via Agosti è stato sbarrato diversi mesi fa – ci siamo addentrati a piedi nelle ex Officine.

Da un lato lavori per appalti da capogiro, dall’altro, ad una decina di metri di distanza, il primo palazzo diroccato dal quale esce una colonnina di fumo. Un gruppo di tre stranieri originari del Ghana sta cucinando, su una vecchia stufa riciclata, il proprio pranzo. Prezzo totale: pochi centesimi e qualche pezzo di legname recuperato da chissà quali detriti. Un tempo in quello stabile ci abitavano diversi senzatetto ma, ci viene spiegato, da diverso tempo quasi tutta la comunità di stranieri delle Reggiane si è trasferita in fondo, verso i palazzi che affacciano su via Agosti: li rimangono solo alcuni ghanesi.

Quello che è rimasto in quel punto, invece, è il contatore elettrico dal quale viene prelevata l’energia.

allacci al contatore

Il quadro elettrico è stato installato sul muro esterno dello stabile, nell’angolo che affaccia sul cantiere. Da qui parte un filo – dall’aspetto assai precario – che percorre qualche centinaio di metri fino agli ex uffici delle Officine oggi abitati dai migranti. In questo viaggio il cavo attraversa sterpaglie, alberi, si aggrappa a palazzi già ricolmi di nuovi rifiuti nonostante le recenti bonifiche del Comune. Il rischio che un cortocircuito possa far scoppiare un incendio pare assai alto ma è proprio a quel filo che è appesa la possibilità per tanti di scaldarsi in inverno o di avere la luce quando cala il buio.

E d’altronde non sono meno pericolosi i fuochi accesi per cucinare o combattere il freddo, senza contare i fumi che sprigionano respirati dai migranti o le polveri che contengono chissà quali particelle inquinanti.

territorio suddiviso

Seguendo la strada indicata dal lungo cavo si arriva a una sorta di “piazzetta” circondata da edifici tutti abitati. In quello sul quale campeggia la scritta “Piscine as Reggiane” termina il viaggio principale del filo elettrico. Lì dentro, racconta un gruppo di ghanesi seduti accanto a un falò, vivono solamente i nigeriani.

Lì sono tre i palazzi che contengono gli alloggi dei senza fissa dimora, che si sono suddivisi per etnie. Due edifici, quelli sul lato ovest della piazzetta, sono occupati solo da migranti che provengono dalla Nigeria. L’altro, invece, da coloro che sono arrivati dal Ghana. Della prima comunità, tuttavia, non è possibile saper nulla: i nigeriani sembrano introvabili e non è possibile trovarne nemmeno addentrandosi in uno dei due stabili che li accoglie. Nel secondo invece, così come in certi corridoi o stanze degli ex uffici, è caldamente consigliato non entrare. Quel che pare evidente invece, parlando con alcuni ragazzi ghanesi, è che l’equilibrio fra le due etnie sia piuttosto precario. Spesso la tensione sfocia in litigi, piccole zuffe, screzi reciproci.

la “villetta”

Vi è però anche un quinto stabile dalle sembianze di una villetta e che infatti così viene chiamato dai senzatetto. La “villetta” si affaccia sull’incrocio fra via Agosti e via dell’Aeronautica, e non è abitata da molto. All’interno vivono una mezza dozzina di persone originarie del Ghana.

Qualcuno abita a Reggio da decenni, qui ha fatto i propri figli ma ha perso il lavoro e non sa dove alloggiare. Altri, invece, il lavoro lo hanno ma non trovano qualcuno che affitti loro un appartamento. Sono isolati rispetto al grosso della comunità di senzatetto delle Reggiane, e così vogliono rimanere. Perché, dicono, «non vogliamo problemi». —



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