Reggio Emilia, dieci giornalai di città e provincia hanno detto basta nell’ultimo anno
Chiuse un’edicola di piazza Prampolini e quella dell’Ariosto. Stessi problemi a Lentigione, Castelnovo Sotto e Carpineti
REGGIO EMILIA. Dieci edicole hanno chiuso l’anno scorso o chiuderanno a breve. I chioschi che abbassano le serrande in città e provincia fanno notizia poiché paiono le prime avvisaglie di un terremoto imminente.
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Anche nella provincia reggiana il fenomeno si è fatto tangibile, segno di un settore – quello della distribuzione della carta stampata – in crisi o in evoluzione, a seconda dell’interpretazione.
LE CHIUSURE
Nel corso dell’anno appena conclusosi, in città hanno chiuso quattro edicole: in corso Garibaldi (che in realtà è stata riaperta e richiusa), in via Mascagni all’incrocio sul Lungocrostolo, quella di piazza Prampolini di fronte alla farmacia (dove ne è rimasta attiva una sola) e infine il 2 gennaio quella interna al centro commerciale Ariosto di via Morandi.
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Non è andata meglio nei paesi della provincia, dove hanno cessato l’attività Lentigione di Brescello, Castelnovo Sotto (per una trattativa con il Comune, che voleva spostarla dalla piazza a sotto i portici, non andata a buon fine), quelle di Valestra e di Carpineti, mentre hanno preannunciato l’intenzione di smettere – ma sono tuttora aperte – i chioschi di Cerreto Laghi e Ramiseto.
Occorre sottolineare che l’Appennino rappresenta un caso a sé stante, per le caratteristiche orografiche e di densità abitativa.
Di fronte allo spopolamento della montagna è diventato economicamente non sostenibile un’edicola che vende poche copie di quotidiani al giorno, in borghi minuscoli dove la “piazza” è troppo scarsa per attività dedicate unicamente alle rivendite di giornali, tant’è che si preferiscono le forme ibride di negozi con alimentari, tabacchi e prodotti da cancelleria.
I NUMERI
Dieci edicole su un totale di 225 – tante sono quelle in provincia di Reggio, 275 se si includono i supermercati della grande distribuzione – non sono una percentuale enorme, se si considera che fino al 2008 il totale era 235.
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Se ne sono perse per strada una ventina. Eppure i segnali di sofferenza sono diversi, all’interno di una categoria dove scarseggia il ricambio generazionale – gli addetti sono per lo più persone che ereditano o che aiutano i familiari nell’attività già avviata, pochissimi coloro che si azzardano a partire da zero – e in un quadro editoriale e giornalistico in cerca d’autore e di redditività dopo gli scossoni dello tsunami di internet.
MARGINI RISICATI
Il cahier de doléances della categoria degli edicolanti è piuttosto lungo: dalla concorrenza dei supermercati (che hanno spalmato la vendita senza aumentare i volumi) al calo delle vendite, dalle attività che non trovano acquirenti nemmeno a prezzi stracciati ai margini sempre più risicati.
Certo i giornali non fanno più i numeri di una volta e c’è già chi ha preconizzato il tramonto dell’informazione cartacea; ma non è sui numeri delle vendite, controversi, che si gioca la partita delle edicole, bensì sui margini ristretti, con gli addetti ai lavori che accusano apertamente gli editori di “scaricare” costi di distribuzione sempre più onerosi sull’ultimo anello della catena. —
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