Violenza, l’Uefa a Reggio «Il modello Thatcher anche per il tifo in Italia»
Scott, capo sicurezza dell’ente europeo, invoca misure dure dopo gli scontri Gabrielli smorza Ancelotti sui cori razzisti: «Stop alle gare? Spetta alla polizia»
«Il modello che applicò Margaret Thatcher per sconfiggere la violenza negli stadi e gli hooligans in Inghilterra, si può applicare anche in Italia». Kenny Scott, capo sicurezza dell’Uefa, non ci va giù leggero al convegno su calcio e ordine pubblico organizzato ieri da questura locale e Mapei a Reggio Emilia. I fatti parlano chiaro: scontri, ululati contro i giocatori di colore e, soprattutto, i morti che si contano ancora dentro e fuori gli stadi - l’ultimo Daniele Belardinelli, ultrà morto il 26 dicembre - non sono accettabili agli occhi di tutti. Soprattutto dell’Uefa, come ricorda Scott, che riporta alla mente il metodo dell’ex primo ministro Inglese, la quale usò il pugno di ferro, senza fare più sconti a nessuno. «Ma per farlo occorre bilanciare tre aspetti: sicurezza, protezione e garanzia dei servizi», ricorda il dirigente dell’ente del calcio europeo.
L’ITALIA SI DIA DA FARE
Detto questo, però, Scott rimette la responsabilità e il dovere all’azione nelle mani dell’Italia stessa, perché «l’Uefa non è responsabile della sicurezza di 55 federazioni, ma fornisce standard e indicazioni di supporto. Sono le istituzioni italiane che devono fornire risposte chiare e soluzioni per risolvere i problemi».
Carne al fuoco per gli addetti ai lavori, 200 circa, che ieri sono giunti da tutta Italia per partecipare al convegno sulla prevenzione della violenza negli stadi fortemente voluto anche dal Sassuolo Calcio a Reggio Emilia, capitale per un giorno dell’avanguardia in campo calcistico.
LO STOP AD ANCELOTTI
Un evento di caratura nazionale che ha visto la presenza del capo della polizia, Franco Gabrielli, ieri a Reggio nonostante l’arrivo a Roma del terrorista Cesare Battisti. Con lui anche il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che ha la delega allo sport. «Ho voluto tener fede alla parola data» ha detto Gabrielli, rivendicando anche il ruolo della forza pubblica rispetto a quanto detto dal reggiano Carlo Ancelotti, allenatore del Napoli, e dalla società partenopea stessa, pronti a fermare le partite in caso di ululati razzisti sugli spalti, dopo quanto avvenuto il 26 dicembre al il difensore partenopeo Koulibaly. «Ognuno è libero di assumere le iniziative che crede, ma ad ogni azione corrisponde una conseguenza» ha messo in chiaro il prefetto Gabrielli. «Le norme sono molto chiare. La responsabilità ultima sulla sospensione o l’interruzione della partita spetta a chi ha la responsabilità dell’ordine pubblico. L’arbitro - ha spiegato - ha una responsabilità per quanto riguarda quello che avviene nel rettangolo di gioco. Ma quello che avviene all’esterno del rettangolo di gioco appartiene in maniera ultimativa a chi ha la responsabilità dell’ordine pubblico. Sostengo questo non perché in qualche modo voglio svilire il ruolo e l’importanza dei segnali che attori qualificati del mondo dello sport possono dare. Ma - ha sottolineato il prefetto - quando siamo in presenza di decine e decine di migliaia di spettatori, la sospensione e ancora di più l’interruzione di una gara implica valutazioni che non sono eminentemente di carattere sportivo». Gabrielli, a tal proposito ha citato «il deflusso» e «la possibilità che si realizzino incidenti. L’interruzione del derby a Roma - ha concluso - provocò gravissimi incidenti al di fuori dell’impianto sportivo».
TIFOSI NON ULTRAS
«Società e federazione impongano l'insegnamento del fair play nelle scuole calcio. Dobbiamo bonificare lo sport, a partire dai campetti di periferia» è stato il monito di Giorgetti, d’accordo con Gabrielli per quanto riguarda lo stop delle partite: «Chiudere gli stadi è una sconfitta dello Stato: se lo Stato non è in grado di garantire la possibilità che uno spettacolo si possa tenere, dà un segnale di impotenza». Servono invece «la prevenzione e l’educazione. Non togliamo il sogno ai ragazzini di andare allo stadio a tifare la propria squadra, ma diamogli però la cultura necessaria per capire che non deve farsi attrarre dalla delinquenza che spesso si annida nelle curve degli ultras. Il calcio ha una responsabilità sociale enorme». —
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