Firme false, chiesti otto mesi per il capogruppo del Pd Capelli
La procura conferma le accuse, gli avvocati chiedono l’assoluzione del consigliere In caso di condanna e senza le attenuanti pende la scure dell’incandidabilità
REGGIO EMILIA. Un anno di condanna, ridotta a otto mesi per effetto del rito abbreviato. È questa la richiesta da parte della procura di Reggio nei confronti di Andrea Capelli, 33 anni, capogruppo del Pd in consiglio comunale, imputato a processo in quanto pubblico ufficiale che secondo l’accusa ha autenticato delle firme false per la lista Centro Democratico in vista delle elezioni regionali del novembre del 2014. Una condanna che non avrebbe però consistenza alcuna, secondo gli avvocati di Capelli (ieri presente in aula), Nicola Tria e Giulio Cesare Bonifazi, che chiedono la piena assoluzione di Capelli, con Tria che chiede in caso di eventuale condanna le attenuanti generiche «per scongiurare la tremenda tagliola politica in caso di una condanna superiore a 6 mesi». Si tratta della legge Severino, che solo in caso di sentenza definitiva – quindi ben oltre le amministrative 2019 – potrebbe eventualmente portare all’incandidabilità ma non certo alla sospensione, prevista da reati più consistenti della «falsità materiale e ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici», accusa mossa a Capelli e altre due imputate a processo.
Le generiche permetterebbero a Capelli di avere una condanna sotto i sei mesi, azzerando possibili rischi.
«A Capelli si può contestare una consistente leggerezza, questo sì giudice, ma non una conseguenza penale» ha dichiarato Tria durante l’arringa davanti al giudice Sarah Iusto, che ha rinviato poi la sentenza a fine marzo.
Capelli è finito a processo scegliendo poi il rito abbreviato condizionato insieme a Rita Manfredi, coimputata, sentita ieri, e che ha respinto ogni addebito, come ricordato in chiusura dal suo difensore, Federico De Belvis, che ne ha chiesto la piena assoluzione.
La terza imputata, Ramona Nadia Cretulescu, prosegue invece con il rito ordinario.
Un processo scaturito dalle firme (palesemente fasulle, una anche di un deceduto, altre secondo l’accusa non autenticate di persona) nella lista circoscrizionale Centro Democratico: secondo la procura i tre sono da considerare responsabili «in concorso tra loro, contribuendo alla formazione dell’elenco numero 6 dei sottoscrittori della lista circoscrizionale Centro Democratico presentatasi alle regionali del 23 novembre 2014».
«Capelli era inconsapevole che quelle firme fossero false - ha detto Tria - bisogna invece capire quello che è accaduto. Capelli non aveva nessun interesse ad autenticare le firme fasulle: gli si può rimproverare una consistente leggerezza ma non penalmente rilevante. Forse non avrebbe dovuto distaccarsi da quei moduli se non dopo aver apposto l’autentica alla sottoscrizione».
Tria fa poi riferimento a una sentenza del 2014 del Consiglio di Stato, secondo cui l’autentica può essere apposta successivamente alla raccolta firme. «Quindi trattasi di leggerezza, sì, ma non di più. Rimproverabile ma non c’è dolo. L’imprudenza o la negligenza non sono dolo. Capelli ha violato l’ipotetica regola di non distaccarsi da quei fogli. Non è stato diligente ma da questo dedurre che sia stato in dolo e con coscienza sapesse che quelle firme fossero false è impossibile».
Il difensore si spinge oltre e parla di un tranello: «Capelli potrebbe essere stato vittima di un inganno. Ha accettato il rischio lasciando il foglio in mano ad altri. Fa politica per passione non per lavoro, senza alcun tornaconto personale e si era rapportato in via pressoché esclusiva per quella raccolta con Matteo Riva, allora collega in consiglio comunale». In conclusione, «c’è stato un eccesso di fiducia, probabilmente tradita». —
Enrico Lorenzo Tidona
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