Con la pagella cucita addosso
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sull'imbrattamento del murale dedicato a Sylvester e sulla "non conoscenza che va crescendo, infiltrandosi, alimentandosi"
REGGIO EMILIA. Deturpare, danneggiare, offendere, rovinare, sciupare... L’insegnante di italiano insisteva nel dire che una buona, buonissima lettura, era quella del dizionario dei sinonimi. Perché ogni parola è un mondo, che diventa universo se si apprendono anche le varianti. I sinonimi spalancano il cervello, sono gli ingredienti per una buona scrittura e una larga lettura.
Chi ha deturpato il murale che ritraeva Sylvester Agyemang è tanti sinonimi insieme, una raffica di parole più efficaci del suo spray nero. Al principio di questa settimana è caduto il quinto anniversario della morte del quattordicenne studente dello Scaruffi: il 13 gennaio 2014 in arrivo da Rubiera e scendendo dall’autobus alla fermata di viale Piave, davanti a Porta Santa Croce, capitò un incidente terribile.
Il ragazzino rimase impigliato con lo zaino nella portiera, il mezzo ripartì, e lui stramazzò a terra. Batté la testa. Morì poco dopo all’ospedale. Il processo è ancora in corso, e il volto di Sylvester trasfigurato dall’artista Neko, Fabio Valentini, in diversi colori, fino a pochi giorni fa guardava la Reggio che non ha più potuto vedere.
Un uomo ha orbato il muro, la memoria visiva, lo spirito di Sylvester. Ancora il dizionario spiega che orbare significa privare, togliere drammaticamente. E sarebbe spiccio e facile marchiare come “razzista” l’azione del vandalo che le telecamere lì di fronte hanno immortalato.
Il responsabile è invece un esemplare dell’integrale non conoscenza che va crescendo, infiltrandosi, alimentandosi, esondando di questi tempi. Ciò vale anche per chi ha praticato altri sfregi, stavolta sui ritratti di italiani reggiani.
In via Malta, dall’altra parte della via Emilia, all’altro capo della città, sono stati deturpati i volti di Antonio Ligabue, Pier Vittorio Tondelli e Antonio Panizzi, realizzati dallo stesso writer. I ritratti punteggiano un complesso alfabeto grafico che scorre, senza soluzione di continuità, su tutto il fianco settentrionale della biblioteca comunale che ha l’accesso in via Farini.
I vandali non sono andati a caso annerendo le facce del più noto pittore-scultore della terra reggiana, padre del surrealismo padano e dei matti della Bassa; dello scrittore di Correggio che ha dato parole e polpa a una generazione in maniera introspettiva, non scandalosa ma liberatoria; dello stesso intellettuale reggiano a cui è dedicata la biblioteca, Antonio Panizzi che fu patriota, fondamentale bibliografo e direttore della biblioteca del British Museum.
Per avere così ben scelto i ritratti da rovinare, i vandali devono pure essere intellettualmente preparati: conoscitori della personalità e delle opere di ciascuno dei personaggi che sono andati a cercare e offendere. Il mio è un ragionamento paradossale per affermare che il soggetto o i soggetti pur sapendo niente hanno violentato tutto.
Devono essere tipi che ce l’hanno con gli studenti stranieri, artisti, scrittori, saggisti, studiosi appartenenti al mondo, cioè ogni sorgente di cultura che la rabbia contemporanea sberleffa, mortifica, degrada.
Ma c’è dell’altro, oltre la non conoscenza di uomini rilevanti come Ligabue, Tondelli e Panizzi. Gli imbrattatori sono anche privi dell’energia della commozione e della compassione perché hanno danneggiato il ricordo, la “riproduzione” pubblica.
Sylvester era un ragazzino africano che studiava italiano, tra gli italiani, con l’obiettivo di essere italiano. Studiava per farcela, come il suo coetaneo del Mali che nel nostro Paese non è arrivato vivo. Quest’altro quattordicenne morì in un naufragio nel 2015. La sua storia è raccontata nel libro “Naufraghi senza volto” (Cortina Editore).
L’autrice è Cristina Cattaneo, un medico legale che durante l’esame autoptico trovò cucita nell’abito del piccolo annegato la sua pagella scolastica. Il ragazzino non portava documenti d’identità, ma la certificazione che era bravo a scuola, che aveva studiato, che meritava di essere accettato.
Forse i suoi genitori l’avevano spedito al di qua del Mediterraneo affinché continuasse a formarsi, potesse vivere una vita nuova e dignitosa, forse la mamma o la nonna gli avevano cucito la pagella addosso come un salvacondotto, un salvavita. È una storia straziante, e insegna quanta umanità c’è nel desiderio di imparare e nella voglia di sapere. La cultura.
Ecco, sapere. Il dizionario informa che sapere ha la stessa origine di sapore. Gli imbrattatori non hanno né l’uno né l’altro, e nemmeno una pagella da portarsi addosso.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
