La maxi transazione con i Ferrarini nel mirino di ex soci di Veneto Banca
Gli ex azionisti vogliono chiarimenti: parla l’ex capo Lanzi «Firmammo perché era a beneficio del nostro istituto»
«Mi piacerebbe si pensasse a noi come a un gruppo di persone competenti e perbene, che erano venute per rilanciare la banca. Soprattutto per aiutare quel territorio che invece ci ha lasciato soli».
Massimo Lanza è stato l’ultimo presidente di Veneto Banca, dall’11 novembre 2016 al 24 giugno 2017, quando il governo Gentiloni mise l’istituto di Montebelluna e la Popolare di Vicenza in liquidazione coatta amministrativa.
Da allora ha centellinato gli interventi pubblici senza però mai tirarsi indietro, tanto da affrontare da solo la rabbia violenta («un fatto che mi ha molto ferito») di un gruppo di risparmiatori all’esterno del tribunale di Treviso.
In questi giorni gli ex azionisti di Veneto Banca sono tornati ad attaccare il cda da lei presieduto per l’accordo milionario con il gruppo Ferrarini, firmato il 31 maggio 2017 a pochi giorni dal decreto del governo. Cosa ricorda di quella vicenda?
«Quella transazione si inquadra perfettamente tra le operazioni che qualsiasi banca effettua in una ottica di continuità aziendale, ancor di più se si tratta di una ottica di risanamento e rilancio come quella in cui operavamo nella primavera del 2017».
Gli azionisti ne fanno però una questione di date.
«Ricordo che fino a pochi giorni prima della decisione che portò alla liquidazione coatta amministrativa da fonti autorevoli giungevano rassicurazioni circa l’esito positivo del processo di ricapitalizzazione precauzionale che avrebbe permesso a Veneto Banca di superare l’ostacolo della sua debole patrimonializzazione. Solo il 23 giugno il cda dovette, inaspettatamente e suo malgrado, prendere atto che ciò non sarebbe avvenuto».
Per questo deste il via libera a una transazione di tale entità con il gruppo Ferrarini?
«La riduzione del contenzioso (il cosiddetto rischio legale) e dei crediti problematici erano tra le principali raccomandazioni che le Autorità di vigilanza avevano impartito alla banca al fine di uscire dalla situazione di crisi in cui si trovava. La transazione con Ferrarini venne effettuata alle stesse condizioni di altre analoghe e produsse importanti benefici per la banca: pose fine ai rischi di un contenzioso di oltre 40 milioni di euro intentato dal gruppo Ferrarini in merito a operazioni cosiddette baciate, sopportando un onere notevolmente inferiore al rischio che emergeva dalla giurisprudenza del Tribunale di Venezia. La somma oggetto della transazione venne depositata su conti di società del gruppo Ferrarini presso la banca stessa a riduzione della esposizione creditizia totale dei crediti in essere. E neanche un euro è stato dato a persone fisiche».
Solamente pochi mesi prima si era chiusa l’Offerta pubblica di transazione con la quale la Banca riconobbe a un ampio numero di azionisti un ristoro sulle perdite subite.
«Va detto che anche in questo caso uno degli obiettivi era la riduzione del rischio legale il cui onere venne finanziato con il versamento in conto capitale effettuato dal Fondo Atlante tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, che era proprio volto a consentire a Veneto Banca di recuperare il rapporto con i propri azionisti, in vista di un risanamento che si è poi, e non per volontà del consiglio di amministrazione, rivelato impossibile».
La Corte d’Appello ha disposto una perizia sullo stato d’insolvenza di Veneto Banca stabilito dal Tribunale fallimentare di Treviso. Una dichiarazione che apre la strada ad un’inchiesta per bancarotta.
«Rispetto le sentenze e non le commento. Posso solo affermare che al 23 giugno 2017 c'era patrimonio, liquidità e non era mai stato mancato un solo pagamento. Dirò di più: in quelle ore stavamo assistendo ad una vera e propria fuga dei depositi che, al 23 giugno, erano però stati tutti regolarmente pagati. Ricordo peraltro che non abbiamo fatto ricorso in Appello proprio perché la sentenza ha riconosciuto che l’insolvenza si è creata con l’intervento della BCE del 23 giugno che ha sanzionato il venir meno della continuità aziendale conseguente alla mancata approvazione della ricapitalizzazione precauzionale».
Pochi giorni prima il decreto di messa in liquidazione il governo varò un altro decreto urgente con cui prorogava di sei mesi la scadenza di un bond. Secondo la Procura è uno degli elementi chiave per la dichiarazione d’insolvenza.
«Noi ci siamo limitati a rispettare un decreto legge. Il processo di ricapitalizzazione, lo voglio ricordare, avrebbe trasformato i detentori di quel bond subordinato in azionisti e quindi un rimborso li avrebbe favoriti rispetto ai detentori di obbligazioni con scadenza successiva alla ricapitalizzazione di cui si dava per certa l’approvazione».—
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