Lettera aperta a un vandalo iconoclasta
LUCIANO SALSI
Caro vandalo che hai oscurato il viso di un ragazzo nero sul murale di viale Piave, dedicato al quattordicenne morto in quel luogo, probabilmente basta la testimonianza del writer Youness Nazli – che dal nome rivela una nazionalità o un’origine extraeuropea – a scagionarti dall’aggravante dell’odio razziale, che potrebbe costarti molto cara.
Non te la sei presa soltanto con Sylvester, ma anche con i personaggi reggianissimi raffigurati sul murale di via Malta e, forse, con gli altri volti umani disegnati qua e là dagli artisti di strada e ugualmente deturpati con la vernice nera o verde.
E poi, se nutrissi una tale avversione per il povero ragazzo africano, avresti potuto infierire anche sulla piccola lapide collocata con la sua foto e il suo nome a pochi metri di distanza.
Invece la tua ostilità sembra rivolgersi soprattutto contro qualunque immagine dai contorni realistici che inquina gli astratti ghirigori della street art.
Certamente non prendi ordini da qualche autorità politica, come gli iconoclasti dell’ottavo secolo che attuavano le disposizioni dell’imperatore bizantino Leone terzo l’Isaurico, distruggendo le immagini religiose nelle chiese cristiane.
Sembri esprimere piuttosto la rabbia nichilista dei graffitari duri e puri.
Intendiamoci.
Anche gli antichi romani imbrattavano i muri, come si vede a Pompei, ma vi scrivevano sopra chiarissimi messaggi elettorali, pubblicitari o pornografici.
Così si è continuato a fare per secoli.
Ai miei tempi si scriveva con il gessetto “Viva Stalin”, “Abbasso la Nato”, “Viva la f...” o “asino chi legge”.
L’intonaco era la prima rudimentale piattaforma mediatica, antenata dei social network.
Ora ha perso qualunque valenza comunicativa.
Vi è rispecchiato il vuoto di una marginalità sociale priva di fede e speranza, orfana di Dio, delle ideologie, dei partiti, dei leader carismatici e perfino dei miraggi sessuali capaci di proiettarci al di là di un’esistenza grigia e insensata. Così non resta che tracciare sui muri segni indecifrabili o la violenza cieca dei colori acrilici.
E guai a chi osa, su commissione del Comune o di qualche altro mecenate illuminato, contaminare l’incomunicabilità di tali messaggi con qualche immagine figurativa! —
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