Gazzetta di Reggio

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IL PROCESSO ad ancona 

Minacciata dal prete la presidente del tribunale Beretti diventa testimone

Enrico Lorenzo Tidona
Minacciata dal prete la presidente del tribunale Beretti diventa testimone

La procura cita il giudice reggiano che è anche parte lesa. Sfilata di testimoni e braccio di ferro sulle intercettazioni

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REGGIO EMILIA. Per una volta dismetterà la toga e si siederà dalla parte opposta, sul banco dei testimoni. Una veste inedita quella che indosserà la presidente del tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, che sarà chiamata tra poche settimane a deporre in udienza nel processo che la vede parte lesa, minacciata da un prete, il reggiano don Ercole Artoni, e da un imprenditore, Aldo Ruffini. . Il tribunale di Ancona – competente nel caso di coinvolgimento di magistrati reggiani – dovrà infatti valutare le accuse mosse al prete 88enne (difeso dai legali Alessandro Nizzoli e Francesca Corsi) e al maxi evasore 74enne (difeso dai legali Nino Ruffini di Reggio e Dario Bolognesi di Ferrara), accusati tra il gennaio 2017 e il giugno 2018 di aver stretto come in una morsa la presidente del tribunale reggiano, messa poi sotto scorta per questa vicenda sentite le intercettazioni, che saranno ora oggetto di un braccio di ferro legale.

I due imputati sono accusati di aver cercato di fare indebite pressioni al fine di arrivare al dissequestro del maxi patrimonio da 24 milioni di euro di Ruffini.

Un’indagine che portò al duplice arresto il 24 settembre scorso degli imputati, sulla base del reato contestato di violenza o minaccia a un corpo giudiziario, con l’aggravante di essersi avvalsi «della forza intimidatrice derivante dalla segreta associazione esistente o comunque supposta in quanto facevano riferimento agli associati della ’ndrangheta cui fanno a capo i Grande Aracri, processati in Aemilia, processo presieduto anche dalla Beretti».

La presidente del tribunale reggiano, quindi, si troverà nella doppia veste di parte lesa e di testimone cardine dell’intero procedimento.

Citata dal sostituto procuratore Marco Pucilli, sarà infatti la teste principale su una decina di citazioni accolte ieri dal tribunale di Ancona, che dovrà poi pronunciarsi sul capitolo intercettazioni. Sono diverse le trascrizioni richieste ma le parti ne indicheranno ciascuna quelle ritenute più significanti ai fini dell’accusa e della difesa.

Don Artoni, intanto, fondatore dell’associazione Onlus “Centro Sociale Papa Giovanni XXIII”, dopo l’arresto era già stato messo ai domiciliari, venendo poi liberato dal gip.

La vicenda resta piuttosto ingarbugliata e i difensori sono pronti a battagliare in aula. Per l’accusa infatti la coppia formata dal prete e dell’imprenditore – che si conoscono da tempo – è finita nei guai per minacce di morte precise alla presidente Beretti, finita sotto scorta per il pericolo che pareva proveniente dai detenuti di Aemilia. Gli avvertimenti inquietanti riferiti al giudice («stia lontana dalla finestra», «sanno dove studia suo figlio») secondo l’accusa sarebbero stati un disegno di Aldo Ruffini (per ottenere il dissequestro dei beni), “mandante” di don Ercole Artoni, che si rivolse direttamente alla giudice reggiana.

Il primo nel fornire la sua versione ha scaricato il barile su don Ercole (l’unico ad avere contatti con il giudice), mentre il sacerdote ha ammesso che si è trattato di una sua iniziativa in buonafede: «Sono stato travisato. Non volevo minacciare né spaventare la dottoressa Beretti: ho solo riferito frasi che mi preoccupavano» aveva detto il prete. —

Enrico Lorenzo Tidona

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