Gazzetta di Reggio

Reggio

Reggio Emilia, la seconda vita degli indumenti usati: dal cassonetto ai bisognosi il passo è lungo

Chiara Cabassa
Reggio Emilia, la seconda vita degli indumenti usati: dal cassonetto ai bisognosi il passo è lungo

Dagli interrogativi posti dall’operazione “Stracci d’oro” alla scoperta del funzionamento della filiera in città e provincia 

3 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. È di ieri l’altro l’operazione ribattezzata “Stracci d’oro” eseguita dalla Squadra Mobile di Cremona che ha visto scattare misure cautelari nei confronti di sette persone accusate di associazione a delinquere finalizzate al caporalato. L’indagine si è svolta tra Cremona e Reggio Emilia.

In sostanza, un gruppo di nordafricani aveva allestito un business redditizio raccogliendo abiti usati sotto le spoglie di presunte associazioni benefiche: le vittime dello sfruttamento erano pagate 3 euro all’ora per spostare montagne di capi sporchi comprati per pochi centesimi e poi venduti nel Nord Africa a un prezzo 30-40 volte superiore. Uno dei quattro magazzini di smistamento smantellati si trovava a Borzano di Albinea.

Da qui il bisogno di capire come viene gestita la filiera a Reggio Emilia per poi scoprire che, gli indumenti da noi buttati nei cassonetti ad hoc pensando di avere fatto un gesto di beneficenza verso i poveri della nostra città, non vengono direttamente consegnati alle persone bisognose. Un’attività, quella svolta dai gestori dei cassonetti, assolutamente legale ma di carattere commerciale: ciò non esclude che l’obiettivo finale sia benefico, ma solo dopo una serie di step.

Dal momento che con i soldi ricavati dalla vendita dei vestiti potranno essere sostenuti progetti umanitari nei Paesi poveri del mondo e azioni sociali e di sensibilizzazione in Italia. Ma se il desiderio principale è quello di aiutare i poveri della propria città è meglio rivolgersi direttamente alle parrocchie dove, attraverso la Caritas, gli indumenti, dopo essere stati lavati, vengono direttamente consegnati ai bisognosi.

«È dal 2006 – ci spiega Isacco Rinaldi, presidente della Caritas reggiana – che abbiamo smesso la gestione dei cassonetti per gli indumenti usati. Questo perché noi eravamo in grado di usare, cioè distribuire, una minima parte di ciò riuscivamo a raccogliere. Ci trovavamo con tonnellate di indumenti e non eravamo in grado di utilizzarli. Per questo, da allora, il nostro servizio avviene nella rete diocesana nell’ambito delle parrocchie. È nato invece, grazie a un’associazione di volontariato, il progetto NuovaMente.

Un ampio spazio nel quale raccogliamo quanto la cittadinanza ci mette a disposizione in modo gratuito. Un grande mercato dell'usato, a cui tutti possono accedere (abbiamo una sede a Reggio, una a Sassuolo e una a Santa Vittoria) dal momento che i prezzi sono accessibili (quasi) a tutti. E chi ci viene segnalato come persona in difficoltà, non spende nulla».

Ma chi gestisce i cassonetti degli indumenti usati? Dal 2006 è Iren attraverso una convemzione con cooperative, associazioni ma anche privati. Si tratta della cooperativa sociale L’Ovile (cassonetti marroni), della Onlus Humanitas (cassonetti gialli) e di due privati convenzionati uno con Anici (associazione nazionale per invalidi civili e cittadini anziani) e l’altro con l’associazione nazionale ciechi (cassonetti bianchi). Queste realtà gestiscono autonomamente la raccolta. Ad Iren spetta indicare le zone dove sistemare i cassonetti e ricevere i dati della raccolta.

«Noi abbiano 250 cassonetti – ci spiega nel dettaglio Valerio Maramotti, presidente della cooperativa sociale L’Ovile – in città e provincia. In tutto, i cassonetti sono circa 750». Ma una volta raccolti dai dipendenti della cooperativa, il viaggio che devono affrontare questi abiti è piuttosto lungo.

«Arrivati in sede a Mancasale, gli indumenti vengono caricati su container e mandati prevalentemente a Prato dove ci sono aziende leader nei tessuti e nel settore dell’usato. Giunti a destinazione, i capi vengono selezionati: in parte sono destinati al commercio dell’usato in Italia; in parte in paesi poveri dal Nord Africa all’Asia; il resto è destinato al riciclo». Quindi si parla di un’attività commerciale? «Certo – conferma Maramotti – noi vendiamo l’usato un tot ai grossisti che a loro volta fanno i loro prezzi. Grazie alle entrate paghiamo i dipendenti, perlopiù persone disagiate o con qualche forma di disabilità, e investiamo su progetti sociali».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google