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«Le dipendenze? Alla base il bisogno irrefrenabile di colmare un vuoto»

Chiara Cabassa
«Le dipendenze? Alla base il bisogno irrefrenabile di colmare un vuoto»

Reggio Emilia, il professor Umberto Nizzoli parla di “craving” in Vaticano: «Al centro non le sostanze ma una mancanza irriducibile» 

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REGGIO EMILIA. Anche i puristi della lingua italiana dovranno rassegnarsi. Il termine “craving” è di per sè intraducibile. Eppure sta raccogliendo un grande interesse ed è sempre più utilizzato nel descrivere l’imperioso ed irrefrenabile desiderio di ricercare gli effetti di una sostanza o un comportamento specifico di cui abbiamo esperienza. Di “craving” si è parlato anche in Vaticano, nell’Aula Nuova del Sinodo, dove il mese scorso si è svolta una conferenza internazionale sul tema “Droga e Dipendenze: un ostacolo allo sviluppo umano integrale”. A parlare di “craving” è stato chiamato il professor Umberto Nizzoli, in qualità di membro della commissione nazionale di esperti delle tossicodipendenze e docente all’Istituto Universitario Ipu. “Sotto il segno del “craving”. La base di ogni dipendenza” il titolo dell’intervento del professor Nizzoli.

Professore, non l’ha stupita l’invito a parlare di “craving” in Vaticano?

«Stupito in maniera positiva. Il fatto che si parli anche in Vaticano di un tema tanto attuale e allo stesso tempo complesso in quanto comprende ed integra piani diversi che sono fisici, emotivi, cognitivi, affettivi, comportamentali e culturali... non può che essere un segnale incoraggiante».

Allora, cone si può definire in italiano il termine “craving”?

«Parlerei di forte desiderio incontenibile, brama, voglia irresistibile nei confronti di qualcosa senza la quale siamo persi, stiamo male».

In una parola dipendenza.

«Nel mio intervento, sono partito dalla constatazione che biologicamente l’uomo è dipendente ma, allo stesso tempo, ambisce all’autonomia. Se quindi da un lato la dipendenza è funzionale allo sviluppo umano, dall’altro si tratta di distinguere tra normalità e patologia. La dipendenza non può essere considerata una condizione necessariamente negativa ma come tutti i meccanismi approntati per svolgere una funzione utile, in alcune circostanze, anche gli atteggiamenti dipendenti si possono rivelare disfunzionali».

Quando si può parlare di dipendenza patologica?

«Nel momento in cui quella dipendenza logora le relazioni umane, crea malessere, danneggia giorno dopo giorno la vita stessa. Succede che una persona è attratta in maniera irrefrenabile da una sostanza e, solo quando riesce a conquistarla, raggiunge una sorta di equilibrio che sparisce non appena quella sostanza viene a meno. Parlo di sostanze ma non necessariamente si parla di stupefacenti: la dipendenza può riguardare il rapporto con il cibo, il sesso, il gioco, lo shopping. Nella mia relazione ho puntato molto sul concetto di idolatria: mi sono soffermato a parlare dell’interiorità e del senso di mancanza, di vuoto, di assenza che corrisponde al desiderio di ricongiunzione con un oggetto che abbia per noi un valore assoluto. E solo quando conquistiamo questo oggetto riusciamo ad essere quello che vorremmo. Sono situazioni molto diffuse, certamente non comportamenti rari».

Come se ne esce?

«Innanzitutto, il fatto che siamo di fronte a una dimensione vasta e a numeri importanti lascia intuire che alla base ci sia un bisogno di assoluto, o meglio di ritrovamento dell’assoluto, sempre in relazione al concetto di idolatria di cui ho parlato prima e che resta essenziale. D’altra parte è da qualche tempo che mi occupo della spiritualità nella terapia, una spiritualità che ha a che fare con la ricerca di significato. Detto questo, la svolta è rappresentata dalla conquista di un equilibrio. Le neuroscienze ci dicono che le sostanze sono semplici facilitatori o inibitori di qualcosa che ho dentro. Se ne senti bisogno hai una carenza. Si tratta di aiutare le persone a trovare una serenità interna anche attraverso una spiritualità pacata. Perché siamo sani quando riusciamo a conquistare l’equilibrio: e nella nostra mente ci sono gli elementi necessari per raggiungerlo».

Un equilibrio però difficile in un mondo sempre più iperconnesso dove tra bisogno e desidero il confine è sempre più labile.

«Anche di questo ho parlato durante il mio intervento. In una pressione sociale dove governa l’immediatezza, l’apparenza, il qui ed ora, non può che nascere una sequenza di forme patologiche governate dall’incapacità di contenersi, dalla necessità di soddisfare ogni desiderio e ogni piacere e dalla inevitabile ricerca del rischio come luogo di offerta di emozioni, di identità».

Qual è la chiave di volta?

«L’educazione è la vera sfida. Perché i processi mentali si strutturano e la psicopatologia insegna che la formazione di disturbi e delle sindromi psichiche emerge dall’interazione fra basi genetiche e stimoli ambientali». —




 

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