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Cittadinanza onoraria, “finita” Aemilia il prefetto De Miro ritira l’onorificenza

Enrico Lorenzo Tidona

Sabato alle 11.30 in Sala del Tricolore la cerimonia a tre anni e mezzo dal voto del consiglio comunale di Reggio

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REGGIO EMILIA. Antonella De Miro da oltre tre anni è cittadina onoraria di Reggio Emilia. Un’onorificenza che le era stata assegnata dal consiglio comunale ma che non è mai stata conferita all’ex prefetto in servizio a Reggio dal 2009 al 2014, donna chiave della svolta antimafia gemmata poi nei vari filoni della maxi inchiesta Aemilia contro la ’ndrangheta al nord.

Era l’ottobre del 2015 quando il consiglio comunale di Reggio Emilia aveva votato all’unanimità il conferimento dell’onorificenza senza aver mai avuto poi occasione di consegnarla ufficialmente a De Miro. Dopo Reggio è diventata infatti prefetto di Palermo: un ritorno a casa impegnativo, nella sua Sicilia, dalla quale era giunta nel 2009 al nord portando con sè gli occhiali giusti, come aveva avuto modo di dire, con i quali vedere il radicamento delle mafie che ci era in gran parte sfuggito. Svelò tramite una lunga serie di interdittive antimafia le trame della ’ndrangheta a Reggio e nel resto dell’Emilia.

Ora, dopo le 40 condanne dell’abbreviato confermate in Cassazione e le 125 condanne per oltre 1.200 anni di carcere nel primo grado celebrato a Reggio Emilia, l’ex prefetto torna in città, sabato, per partecipare alla cerimonia organizzata dal Comune di Reggio Emilia. In Sala del Tricolore, alle 11.30, riceverà dalle mani del sindaco Luca Vecchi l’onorificenza che ufficializzerà ciò che politicamente, oltre tre anni fa, era già stato fissato con tanto di motivazioni: «In un momento in cui la distanza tra i cittadini e le Istituzioni si fa sempre più alta – si legge nel documento del 2015 – il prefetto De Miro ha saputo interpretare il proprio ruolo in modo attivo e aperto, creando fortissime sinergie e solide relazioni con il territorio, i cittadini e le Istituzioni. In questo ambito si è distinta, con le proprie azioni, nella prevenzione e nell’assiduo contrasto alle infiltrazioni mafiose, divenendo per tutta la collettività, un esempio».

La medicina offerta dall’ex prefetto è stata certamente amara per una città simbolo della Resistenza e che della legalità ha fatto un vessillo. La verità, sbocciata poi dalle indagini della procura antimafia di Bologna e approdata nel maxi processo, si è rivelata ben più complessa del previsto, mettendo nei guai anche un consigliere comunale proprio della Sala del Tricolore, Giuseppe Pagliani di Forza Italia, accusato di concorso esterno, per il quale la Cassazione ha disposto però un nuovo processo d’appello.

Utilizzando un’arma amministrativa poco conosciuta e rivelatasi efficacissima, l’ex prefetto ha organizzato un tavolo interforze che ha messo gli occhi sugli incendi dolosi – a decine ogni anno – e i summit tra i referenti del clan di ’ndrangheta, autonomo ma legato ai Grande Aracri di Cutro. Una su tutte la cena del 21 marzo del 2012 considerata dalla Dda «politico-mafiosa» al fine di porre rimedio alla controffensiva mediatico-istituzionale antimafia, condotta su Reggio Emilia in prima persona dall’allora prefetto De Miro. Il luogo era il ristorante Antichi Sapori di Cella. La pioggia di ritiri di porto d’armi firmati dal prefetto che ne seguì fu un vero spartiacque per Reggio. —

Enrico Lorenzo Tidona

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