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Come sarà il nostro futuro tra cent’anni? «Lo possiamo scoprire nella Cina di oggi»

Stefano Scansani
Come sarà il nostro futuro tra cent’anni? «Lo possiamo scoprire nella Cina di oggi»

L’ex ambasciatore a Pechino, il reggiano d’adozione Alberto Bradanini, presiede il Centro Studi che ha sede nella nostra città 

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Ambasciatore, capovolgo immediatamente il punto di vista. I cinesi dalla Cina come vedono l’Italia degli italiani?

«Occorre distinguere tra la popolazione cinese (coloro che hanno un sufficiente livello di scolarizzazione) e la classe dirigente. I primi guardano all’Italia con grande simpatia, come culla della civiltà occidentale, Paese che attrae per la sua cultura, l’arte, la musica, la bellezza delle sue città, e che se possono vengono volentieri a visitare. La classe dirigente cinese invece - vale a dire gli uomini d’affari, gli studiosi di Europa/Italia, i potenti funzionari statali o di Partito – ha un punto di vista più complesso e spesso nasconde dietro le parole di circostanza una percezione dell’Italia meno lusinghiera di quanto forse immaginiamo. Una percezione del resto che corrisponde, alla luce delle informazioni sul nostro Paese che giungono anche a Pechino, a quella che molti italiani».

E al di là delle formalità?

«Negli incontri con esponenti di governo i cinesi tendono a enfatizzare lo spirito di cooperazione, i comuni interessi, la grandezza delle due antiche civiltà o un’amicizia che si perde nella notte dei tempi. Ma spesso si tratta solo di buona educazione.

Il giudizio autentico viene rimosso e quando si scava l’establishment cinese fa trasparire la percezione dell’Italia come un paese in declino, un declino le cui cause vengono attribuite a tre ordini di cause: a) ritardi di governance politica, un apparato amministrativo obsoleto, corruzione diffusa, criminalità organizzata invasiva, ostilità normativa verso il mondo del lavoro e dell’impresa; b) l’euro, una moneta nazionale gestita da soggetti non nazionali, con conseguente deficit di gestione economica e competitività, c) una globalizzazione senza regole che l’Italia ha subito priva reti di protezione, lasciando l’economia esposta sui costi e con limitate capacità d’innovazione. Si tratta di giudizi diffusi in ambienti politici, accademici e del business in Cina, anche se certamente non unanimi».

Si racconta che per appena immaginare quale sarà il futuro fra cent’anni bisogna andare in Cina oggi. Perché e dove?

«La Cina accumula su di sé allo stesso tempo le sembianze di un paese moderno, quelle di un paese ancora in via di sviluppo (specie nelle sterminate campagne dell’interno) e quelle di un paese post-moderno (nelle grandi città della costa, non solo Shanghai o Pechino). In alcuni settori, la società e il modus operandi cinesi sembrano persino aver superato il livello tecnologico e di vita occidentali.

Si tratta di ambiti che coesistono sullo stesso territorio e avanzano a velocità elevata, come se una folla immensa tentasse di uscire tutta insieme dalla nebbia. Ecco la ragione per la quale, se vogliamo gettare uno sguardo su un futuro che riguarda anche noi, è quanto mai utile visitare la Cina, ma forse più ancora che visitarla occorre studiarla attentamente, perché ciò che accade in Cina potrebbe un giorno accadere anche qui da noi».

Fino a quando e come durerà l’intreccio fra comunismo cinese permanente e capitalismo cinesizzato?

«Secondo l’esegesi pubblica del Partito Comunista, la Cina lavora all’edificazione di una società socialista con caratteristiche cinesi (caratteristiche che non vengono tuttavia sufficientemente illustrate). Quello che vediamo è invero la coesistenza di elementi di genesi comunista e di genesi capitalista. La terra appartiene allo stato, ad esempio, così come le grandi aziende dei settori strategici, le banche e le altre istituzioni finanziarie di peso. I prezzi d’altro canto sono decisi dal mercato, il resto dell’economia (quasi i due terzi) è in mani private e la distribuzione della ricchezza è fortemente ineguale, al punto che il coefficiente di Gini (che misura la polarizzazione di tale ricchezza in un sistema economico) è in Cina simile a quello americano. Tuttavia, come diceva Deng, non importa il colore del gatto, purché sia capace di acchiappare i topi. Per il momento dunque l’economia socialista di mercato, un ossimoro nato dalla fertile mente dello stesso Deng, funziona egregiamente e non sembra che la dirigenza del paese sia intenzionata a modificarne l’impianto».

Loro sono un miliardo e 400 milioni e hanno un tasso di crescita del 6 per cento (e se ne lamentano). Dobbiamo temere il loro dominio?

«Il tasso di crescita dell’economia cinese è in effetti ragguardevole, anche se non è più a due cifre come negli anni ’90. In valore assoluto esso corrisponde a un terzo del Pil italiano, e dunque in tre anni la Cina crea tanta ricchezza quanta quella creata in un anno dall’Italia, ottava economia del mondo.

A questo ritmo non v’è dubbio che la presenza cinese nel mondo si farà sentire ovunque e in ogni ambito. Dovremo pertanto abituarci e tener conto del fattore Cina anche qui a casa nostra, e non solo se abbiamo affari in quel paese. Non parlerei tuttavia di dominio. La crescita di commercio, investimenti, turismo e interazioni di ogni genere inciderà sulle nostre economie e fors’anche sul nostro modo di vivere, ma tale evoluzione interattiva porterà la Cina a confrontarsi con nuove sfide, spingendo anche la società cinese ad assimilare porzioni crescenti della nostra cultura, in un processo di contaminazione reciproco dai contorni ancora inediti».

Perché la comunità cinese in Italia è silente, molto coesa, e non appare?

«La Comunità cinese intorno a noi sembra soddisfatta, sebbene anch’essa subisca i riflessi della profonda crisi che attanaglia la nostra economia. La sua integrazione nel tessuto sociale è forse più lenta che per altre comunità di immigrati in ragione delle forti difficoltà linguistiche degli adulti a imparare l’italiano. Per coloro che vengono scolarizzati in Italia le difficoltà tendono invece a scomparire e la loro integrazione sembra evolvere speditamente. I cinesi sono un popolo laico, pragmatico e non ideologico, sebbene il paese sia governato da un partito comunista. Un popolo che vive tuttora i valori della famiglia e del lavoro come forse li vivevano gli italiani di alcune generazioni fa».

Quale consiglio può dare agli imprenditori reggiani che ipotizzano di fare affari in Cina?

«Prima di imbarcarsi in un business con una controparte cinese, che sia commercio o investimento, è buona norma svolgere un’approfondita indagine di mercato del settore di pertinenza. Il secondo aspetto di massima priorità riguarda la raccolta di informazioni attendibili sul partner potenziale, per evitare truffe o raggiri. La Cina di oggi è una giungla nella quale si rischia di rimanere avvinghiati. D’altra parte, le opportunità di fare buoni affari, seguendo adeguati percorsi di auto-tutela, sono tuttora enormi: un mercato di 1,4 miliardi di persone che cresce ancora a tassi frenetici non può essere ignorato dalle nostre imprese».

E quale consiglio può dare ai cittadini reggiani che immaginano di fare un viaggio turistico in Cina?

«La Cina è un paese sterminato. Dopo aver visto alcune grandi città immancabili, come Pechino e Shanghai, se si ha tempo e coraggio a sufficienza, occorrerebbe lasciarsi prendere dallo spirito della scoperta e immergersi negli sterminati territori dell’interno (in specie il Nord-Ovest, la scelta è infinita), più autentico e poco frequentato, prima che scompaia definitivamente». —

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