Migranti sfruttati, madre e figlio arrestati non pagavano i richiedenti asilo utilizzati
L’amministratore unico della SG Investigation aveva redarguito i due reclutatori con messaggi su WhatsApp
«Non si può interpellare un artista solo perché a un suo spettacolo si sono verificate irregolarità. Non vogliamo che il nome di Vasco Rossi sia associato a questa vicenda, alla quale è del tutto estraneo». È quanto trapela dallo staff del Komandante a proposito dell’inchiesta dell’Arma riguardante sei concerti svoltosi nel 2017, dai Depeche Mode a Milano ai Rolling Stones a Lucca, fino al concerto dei record (220mila spettatori) dell’1 luglio 2017 al Modenapark.
L’indagine dei carabinieri di Reggio – che hanno appurato come almeno un centinaio di richiedenti asilo venisse reclutato in nero e smistato da Reggio in tutta Italia come “addetti alla sicurezza” – ha fatto finire in manette i due reclutatori (Franca Ceglia, 50 anni, e il figlio Damiano Leone, 30 anni, salernitani residenti in città), mentre sono stati colpiti dalla misura temporanea di sospensione dall’attività imprenditoriale i due amministratori unici Giovanni Palermiti, 63enne di Imola della SG Investigation, e Giorgio Ruffo, 38enne residente a Nonantola a capo della All Areas Srl di Modena. I quattro sono accusati, a vario titolo, dei reati di intermediazione illecita, falsità materiale, false attestazioni a pubblico ufficiale con l’aggravante “di aver esposto i lavoratori sfruttati a grave pericolo”.
TESSERINI FASULLI
Intanto dalle carte dell’indagine emergono altri particolari su una vicenda inquietante, che mostra le falle di un dispositivo di sicurezza diventato stringente negli ultimi anni, alla luce delle nuove normative antiterrorismo: tanto da costringere a chiudere le piccole sagre, ma con evidenti difficoltà di verifica sui grandi numeri. In primis il fatto che quei tesserini gialli autoprodotti erano palesemente fasulli: sarebbe bastata un’occhiata per capirlo. Ma nessuno ha controllato.
«Sia la Sg Investigation sia la All Areas Srl risultano aver effettuato via mail le comunicazioni degli addetti che avrebbero lavorato per loro conto – si legge nell’ordinanza – In tali comunicazioni hanno indicato (con estrema disinvoltura) i codici prefettizi falsi, la cui falsità si sarebbe potuta acclarare anche in assenza di formale controllo in banca dati». Tutti i codici infatti avvengono in maniera telematica secondo rigorose modalità: le prime due cifre indicano l’anno di iscrizione (18), le due lettere la prefettura di rilascio (NA) e un codice seriale. «Eppure, come appurato, tale comunicazione di codici falsi è stata sufficiente».
LEONE NON COMPARIVA
Per il concertone di Vasco Rossi, non riuscendo a far fronte al picco di richiesta di personale, le società appaltanti ricorrevano a personaggi dubbi come Leone: bastava non farli comparire. Giorgio Ruffo ammette agli atti: «Per il concerto di Vasco mi fu appaltato un servizio di sicurezza per 40-45 postazioni per un totale di 100 operatori. Prima del concerto la questura di Modena mandò una missiva a tutte le società (in appalto e subappalto) del servizio di sicurezza chiedendo a ognuna di comunicare le generalità dei soggetti che avrebbero lavorato. Io comunicai alla questura di Modena sia le generalità di tutti i miei circa 60 dipendenti diretti, i 40 di una società di Pesaro in rete d’impresa con noi nonché 15 soggetti messi a disposizione di Leone. Mi sono limitato a trasmettere tutti i nominativi, senza precisare che tali uomini provenivano da una società diversa, ossia quella di Leone. Il nome di Leone o della sua ditta non compare da nessuna parte».
DIFFERENZE TRA SOCIETÀ
Con sfumature differenti tra le due società “utilizzatori finali”. Mentre “è emerso che la SG Investigation quasi sempre versava il dovuto compenso direttamente agli addetti, regolarizzando anche la relativa posizione lavorativa mediante comunicazioni Inps”, la All Areas di Modena “li utilizzava completamente in nero, versando il dovuto interamente ai due reclutatori senza che questi poi pagassero il corrispettivo agli addetti, nonostante il lavoro svolto”: i reclutatori intascavano i 9 euro pattuiti, trattenendoli per intero anziché limitarsi alla percentuale di 3 euro. Palermiti, come emerso dalla chat di WhatsApp che ha consegnato spontaneamente, ha redarguito Ceglia (“Ciao Franca, questo non è un gioco. Non capisco quale possa essere il problema ad avere copie dei decreti, visto che mi hai detto che sono tutti in regola. Bloccherò i pagamenti e informerò le altre agenzie del serio problema che mi sono trovato con voi”), tanto che secondo l’accusa per Palermiti, “pur essendo ravvisabile una gravissima e reiterata negligenza nell’assumere soggetti reclutati da persone a lui sconosciute, non si ritiene sussistere dolo”. —
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