Intervista a Stefano Accorsi: «Giocando con Orlando si capiscono gli uomini»
Stefano Accorsi al teatro Tagliavini con il Furioso di Ariosto secondo Baliani: «La struttura portante è l’amore, che però in alcuni casi può portare all’errore»
NOVELLARA. «Non posso che essere emozionato e nello stesso tempo mi sento di esprimere tutta la gioia, dato che per la prima volta porto lo spettacolo nella terra natale di Ariosto», ci dice Stefano Accorsi, grande protagonista questa sera, ore 21, al Teatro Franco Tagliavini di Novellara dell’atteso “Giocando con Orlando – assolo tracce, memorie, letture da Orlando furioso” di Ludovico Ariosto secondo Marco Baliani.
«Con lui l’avevo già montato in un’altra forma otto anni fa per due voci; questa è la terza versione a monologo. Ma tutto è nato ancora anni indietro, quando mi chiesero una lettura all’auditorium del Louvre di Parigi: al termine, felice di aver riscoperto il testo studiato al liceo, ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto portarlo in scena. In quella prima circostanza a Parigi mi sono reso conto che, leggendo, venivo trasportato dai versi e chi mi ascoltava vedeva le immagini evocate. Così ho trovato un produttore e qualcuno per fare l’adattamento e regia: una grande sfida che Baliani ha accettato. Lui è da considerare come una sorta di capostipite di teatro di narrazione».
Lo spettacolo come si svolge?
«Ha la forma del monologo, quella più vicina a ciò che io sento e che avrei desiderato fin dall’inizio. Ai versi dell’Ariosto si aggiungono quelli che lo stesso Baliani ha scritto nella maniera del poeta cinquecentesco. Al centro c’è il tema dell’amore, che nell’opera è da considerarsi come una sorta di struttura portante. Nella considerazione generale del testo si è guardato molto allo spirito e al carattere dell’autore».
In che senso?
«A corte Ariosto leggeva i suoi canti, ognuno dei quali dura 40 minuti, che corrisponde al tempo in cui rimane desta l’attenzione media del pubblico; lui, in quanto uomo di teatro, lo sapeva. Quando leggeva i suoi versi voleva comunicare con il pubblico: da qui l’ironia che percorre il poema con allusioni in attinenza al periodo storico, che noi abbiamo sostituito con riferimenti consoni a un pubblico contemporaneo».
La struttura portante dello spettacolo è la “storia d’amore” del paladino Orlando e Angelica?
«C’è anche quella di Ruggero e Bradamante. Gli innamorati si rincorrono tutto il tempo: ci piaceva questo continuo inseguirsi, come in una interminabile cavalcata attraverso i fatti e la battaglie: tutte vicende che lasciano sempre il pubblico in attesa, legato alla trama e nella curiosità di sapere cosa succederà. Lo spettacolo racchiude tanta energia, un bel ritmo con i vari cambi di registro, poi procede senza sosta. A me piace stare in scena in questo tipo di teatro, divertente, appassionante e adrenalinico».
La vostra interpretazione in merito alle vicende e ai personaggi dell’Orlando Furioso tiene conto di una visione collettiva del poema stesso?
«Certamente e a partire da una considerazione di fondo secondo la quale l’Orlando Furioso deve essere considerato il primo best-seller della letteratura occidentale e il suo autore il primo a far valere i diritti d’autore: lo faceva continuando a svolgere il suo mestiere di abilissimo riscossore di tasse. Nel contempo scriveva: con il poema andava avanti nonostante convincesse poco i signori estensi, ma la storia ha dato ragione all’Ariosto e al suo desiderio di adattare la lingua e renderla fruibile. Noi abbiamo continuato questo lavoro di divulgazione, poiché l’autore scriveva i canti in base al gradimento: ad esempio faceva resuscitare il personaggio se questo piaceva, cercava il consenso; il concetto è quello della soap-opera».
E come attore cose le preme sottolineare?
«Si raccontano tante cose, si affacciano tanti personaggi ed io nella narrazione mi immedesimo in ognuno di loro compreso, che so?, Ferraù oppure Astolfo che è molto divertente. Il testo è narrato e agito contemporaneamente: questo è un modo perfetto per me di fare teatro, è come un invito a giocare, appunto, con le emozioni, i drammi, le tragedie, sottolineando la carica ironica che caratterizza tutta l’opera rendendola una commedia umana dove l’uomo e la donna sono al centro di tutto e secondo un punto di vista moderno. Perciò il pubblico si emoziona, piange... in quanto questa modernità ci porta all’identificazione».
E Orlando che tipo è?
«Ci appare come il primo personaggio tridimensionale della letteratura: all’inizio è un cavaliere perfetto, integerrimo, poi per amore cambia e, dopo essere stato il più prode, diventa una terribile bestia pronta a massacrare tutti e che solo grazie ad Astolfo ritrova il senso della vita. Questa vicenda rivela un percorso psicologico modernissimo, in quanto Orlando passa attraverso una sorta di morte, per poi tornare alla vita. Al centro c’è l’ amore; lui ama... ma per ognuno di noi è diverso. Ariosto ci fa capire che la parola “sentimento” può avere tanti significati, alcuni dei quali portano all’errore: Angelica infatti non è assolutamente innamorata di Orlando...»
In questi ultimi anni alterna il teatro al cinema, ma cosa preferisce?
«Il teatro mi nutre per il cinema, come il cinema mi nutre per il teatro. Non credo che si debba scegliere, sono così diversi che vorrebbe dire limitarsi».
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