Bertoni: «Per anni si è susseguito il puzzle di tragedie urbanistiche»
«L’Ordine non ha incoraggiato gli iscritti ad interessarsene» «E i cittadini? Comunque ignorati». Continua il dibattito
la lettera
giamprimo bertoni*
Da tempo esprimo il mio parere su quanto la nostra città ci ha riservato in termini di qualità delle opere costruite in centro storico e su quanto continua a imporre con le stesse metodologie, con la stessa cultura, nel totale disinteresse per l’opinione dei cittadini che, quando non sono silenti, sono comunque ignorati.
In questi ultimi giorni alcuni colleghi sono intervenuti sul problema, altri, compreso il sottoscritto, lo hanno fatto in varie occasioni. Pochi, direi pochissimi, e normalmente sempre gli stessi. Anche questi ovviamente ignorati.
A Reggio gli architetti sono più di settecento, è stato operativo fino a poco tempo fa un ordine professionale oggi commissariato perché i nostri rappresentanti hanno pensato bene di litigare ed i più si sono dimessi. A mio parere, per come si è mosso l’Ordine degli Architetti rispetto ai problemi della città, non perderemmo nulla se non venisse più ricostituito. Ma mi dicono che non è possibile. Purtroppo.
Oltre a tutti questi architetti c’è anche un discreto proliferare di associazioni varie che si occupano di cultura, di architettura e decoro urbano, del verde e di tanto altro. Non le ho mai viste però molto attente ai problemi del centro storico. Forse hanno fatto bene, così hanno evitato anch’esse di essere ignorate.
Recentemente l’architetto Manicardi, riprendendo l’argomento sollevato dall’architetto Biggi e dall’architetto Costa sulla Gazzetta, rimarca che sarebbe ora che l’amministrazione cambi l’approccio al centro storico rispetto a quanto fatto fino ad ora. Ben detto. Qualcosa da salvare ancora c’è rimasto. Ma devo ricordare all’architetto Manicardi, quale vicepresidente dell’Ordine degli Architetti nell’ultimo consiglio, che mai in questi anni c’è stata una presa di posizione ufficiale dell’Ordine su quel puzzle di tragedie urbanistiche che si sono ripetute in questi ultimi anni a Reggio Emilia.
Mai una voce sul gioco d’acqua e luci colorate che scherma il teatro Municipale, oppure per la spianata davanti ai teatri che da un architetto non può essere chiamata piazza, oppure ancora dei “bastioni” di porta Santo Stefano, o del transatlantico ormeggiato al posto delle vecchie poste in via del Battaglione Toscano, fino alle ultime esternazioni progettuali sulle varie piazze in corso di rifacimento in questi giorni.
Mentre sa bene l’architetto Manicardi che l’Ordine degli Architetti di Reggio Emilia ha impiegato le energie della propria commissione cultura per una esposizione a Roma. E ricordo anche che il maggiore attivismo che l’Ordine ha avuto in questi anni è stato quello di impegnare tutte le proprie risorse economiche (di tutti gli iscritti!) per comprare la propria sede nel discusso e discutibile intervento di recupero delle ex Officine Reggiane targato Iren che stenta a decollare.
Non credo che su settecento architetti solo cinque siano critici su quanto è avvenuto e sta avvenendo nel nostro centro storico. Direi piuttosto che forse c’è un vago timore ad esprimere anche solo garbate e motivate critiche perché magari c’è la convinzione che questo li possa danneggiare professionalmente, in considerazione del fatto che l’architetto per mestiere ha un continuo dialogo con le varie amministrazioni.
È certo che l’Ordine degli architetti non ha dato un buon esempio e non ha certo incoraggiato i suoi iscritti ad interessarsi ai problemi della città.
Così come non ha mai sollevato alcuna obiezione all’amministrazione sul fatto che, salvo una paio di eccezioni, nessuna progettazione di un opera pubblica a Reggio sia stata assegnata mediante l’uso del concorso di architettura, metodologia utilizzata da molti enti pubblici in Italia e all’estero. Solo per inciso, la progettazione di una delle tanto chiacchierate piazze del centro storico in corso di realizzazione porta la firma del presidente del precedente consiglio dell’Ordine degli Architetti. —
* architetto
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