Gazzetta di Reggio

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Il debito italiano? È bellissimo

Stefano Scansani
Il debito italiano? È bellissimo

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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REGGIO EMILIA. Viviamo in un Paese dove tutto è possibile e dicibile, sino alla morte. Nel suo viaggio americano il ministro dell’Economia Tria è andato predicando che “Il debito italiano è un buon affare”. Espressa così – secondo i vecchissimi concetti del “buon padre di famiglia” – l’offerta è una contraddizione in termini, un insulto all’economia pratica. Ma il responsabile delle casse italiane fino a ieri è stato oltreoceano per vendere il nostro deficit come un ottimo business, doveva e deve per forza dire che qui tutto va bene. Tria è in cerca di finanziamenti per sostenere l’insostenibile: quota 100 e il reddito di cittadinanza.

Un po’ rabbuiato e contratto, a scrutarlo per bene in viso neanche Tria crede che “il debito italiano è un buon affare”. Per le ragioni che tutti sanno, ma che vengono mimetizzate dagli slogan e dalla nervosa incoerenza politica del giorno per giorno. Gli eventuali investimenti sul debito italiano sosterranno scelte improduttive, previdenziali e assistenziali. Così è inevitabile la previsione delle brache di tela dentro le quali ci ritroveremo tutti (o quasi).

L’11 gennaio il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Di Maio aveva proclamato: “Io credo che possa esserci un nuovo boom economico come negli anni ’60, all’epoca abbiamo costruito le autostrade e ora la nuova sfida sono le autostrade digitali”. Lo stesso vicepremier il 25 settembre aveva sancito: “Ho parlato di manovra di popolo perché con le misure che introdurremo nella legge di bilancio avremo abolito la povertà”.
Ho utilizzato due verbi precisi per dipingere l’azione demagogica di Di Maio: proclamare e sancire. Perché col primo si fanno i santi e col secondo si annunciano le paci.

Invece questo ministro solennizza tutto, dice che ogni suo provvedimento è memorabile, affida alla storia avventure neanche cominciate, oppure aspirazioni già finite. Finite col gioco d’anticipo (rispetto all’Istat) del premier Conte che in un battibaleno ha strinato il giocondo roseo mondo di Di Maio.

Il presidente del Consiglio mercoledì ha tombato gli entusiasmi dichiarando che l’Italia è in recessione tecnica: “Probabilmente già domattina verrà fuori una nuova rilevazione Istat. Mi aspetto un'ulteriore contrazione del pil. Abbiamo dati congiunturali che non sono favorevoli, e non dobbiamo girare la testa dall'altra parte. Ma non dipendono da noi, sono dovuti a fattori esterni, la Cina, la Germania, che è il nostro primo Paese per quanto riguarda l'export. Questi dati, come quello che arriverà domani, ci fanno pensare, ma dobbiamo guardare al futuro”.

Ecco, guardare al futuro, è la prima elementare regola d’ingaggio d’ogni governo che intenda provare a governare. Diverso è guardare alla giornata, come quella di venerdì, quando le visioni economiche di Di Maio e di Salvini hanno esibito una abnorme divaricazione: il primo ha proposto di trasferire i finanziamenti dell’avversata Tav sulla metropolitana torinese (forse non sa che quegli euro vanno spesi sulla Torino-Lione o altrimenti vanno persi); il secondo travestito da poliziotto fra la neve di Chiomonte ha contrattaccato: “L’Italia non si può permettere incertezze. Se va bene tornare indietro costa quanto andare avanti, finiremo l’opera”.

Salvini è un campione della fermezza vagante, perché egli gira molto e – quando ci vuole ci vuole – arretra. Come nel caso giudiziario del blocco della Nave Diciotti per il quale era disposto a confessare e farsi processare, e poi invocare l’apertura dell’ombrello dell’immunità.

Ma questa è l’economia dei personaggi e della vita interiore del governo che però si rifrange in quella esteriore, del Paese. Tanto che l’interrogativo incombe: chi determina le scelte economiche nazionali e internazionali? Il premier Conte che fa il pranoterapeuta del contratto di governo; il ministro Tria che dentro l’esecutivo pare un corpo estraneo quanto il suo collega agli Esteri Moavero Milanesi; oppure i due vicepremier Salvini versus Di Maio?

In tanto tiro alla fune i protagonisti sventolano una soluzione, anzi, un diversivo per tutto: cari italiani, le scelte economiche vengono determinate dalla congiuntura mondiale, dunque la nostra turbo-ripresa è rimandata al prossimo semestre. Mentre ogni responsabilità della condizione presente è addebitata all’evo berlusconiano e alla stagione renziana.

Addirittura l’altro ieri il premier Conte per dolcificare la notizia della recessione tecnica, ha adottato toni improbabili del presentatore di un talent show: “Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire. L'Italia ha un programma di ripresa incredibile. C'è tanto entusiasmo e tanta fiducia da parte dei cittadini e c'è tanta determinazione da parte del governo". Un 2019 bellissimo. Questa si chiama elusione politica, mentre, per far rima, la guerra all’evasione che toglierebbe l’Italia dallo stagno dell’illegalità e del debito, è stata sopraffatta e occultata dalla sindrome dell’invasione. Facile.
 

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