Gazzetta di Reggio

Reggio

l’interrogatorio di garanzia 

«Non abbiamo sfruttato i lavoratori»

Madre e figlio si difendono davanti al gip De Luca: «Il problema è generale, il mondo della security ha paghe troppo basse»

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REGGIO EMILIA. È durato circa un’ora e mezza – ieri mattina davanti al gip Dario De Luca – l’interrogatorio di garanzia riguardante madre (Franca Ceglia) e figlio (Damiano Leone) finiti in carcere perché considerati i reclutatori dei lavoratori sfruttati. Il “passaggio giudiziario” – in camera di consiglio – si è svolto in un clima di tensione, con l’aula a pian terreno del tribunale piantonata da due carabinieri.

LA DIFESA

Al termine l’avvocato difensore Costantino Diana non si sottrae davanti ai taccuini: «I miei assistiti hanno sostenuto, con forza, che non c’è stato nessun sfruttamento dei lavoratori, in realtà questa inchiesta ha come aperto il vaso di Pandora, cioè che il mondo della vigilanza ha paghe all’ora risicatissime, se non pagate in nero. Leone ha spiegato di aver lavorato lui stesso per compensi anche minori, per 4,50 euro all’ora. Negano che siano coinvolti richiedenti asilo – prosegue il legale – spiegando che inviavano regolarmente le comunicazioni alle forze dell’ordine. Ammessa solo la falsificazione dei tesserini, motivandola con l’esigenza di accelerare le procedure».

Madre e figlio rimangono al momento in cella, comunque l’avvocato Diana sulla misura cautelare intende far ricorso al Riesame di Bologna.

Lunga la serie di accuse – a vario titolo – nei confronti di Ceglia e Leone (insieme ad altri due amministratori di società che operano nel mondo della security): intermediazione illecita, falsità materiale, false attestazioni a pubblico ufficiale con l’aggravante “di aver esposto i lavoratori sfruttati a grave pericolo”.

L’INCHIESTA

L’indagine è nata nel 2017, quando, nel corso di un’altra operazione sulla maxi truffa delle case vacanze, i carabinieri hanno eseguito una perquisizione domiciliare a carico di madre e figlio. Nell’appartamento dei due sono saltati fuori numerosi tesserini di riconoscimento plastificati, di colore giallo, che riportavano le generalità di richiedenti asilo ospiti di un centro di accoglienza reggiano, estraneo alla vicenda. I tesserini, che figuravano come rilasciati dalla prefettura di Napoli, riportavano un’autorizzazione per “addetti ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi”. Peccato che le card fossero fasulle. Sviluppando questa pista, non senza difficoltà, i carabinieri hanno scoperchiato un “giro” gestito in primis da madre e figlio. Da quanto ricostruito dal pm Valentina Salvi – che coordina le indagini dell’Arma – i due, attraverso una sedicente ditta operante nel settore del portierato, “pescavano” i richiedenti asilo – ma anche nomadi e pregiudicati – tramite il passaparola o siti internet che offrivano lavori saltuari in giornata, allestivano rapide “riunioni” nel loro appartamento in città, si facevano consegnare documenti e fotografie, appiccicando al pass taroccato la foto del lavoratore di turno. —

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