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Reggio Emilia, fugge dalle botte del compagno ma ora sta per essere sfrattata con la figlioletta: «Aiutatemi»

Nicole Nasi
Reggio Emilia, fugge dalle botte del compagno ma ora sta per essere sfrattata con la figlioletta: «Aiutatemi»

Mamma e figlioletta di 6 anni, tre anni fa hanno cercato di rifarsi una vita. Ma dopo aver perso il lavoro la donna non è più riuscita a trovare un impiego stabile, e ora chiede aiuto per non finire in mezzo a una strada

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REGGIO EMILIA. Di violenza domestica e donne che cercano una vita migliore se ne sente parlare ogni giorno. Si pensa sempre che queste vicende capitino in città lontane, a persone sconosciute e che non hanno la forza di reagire, ma non è sempre così.

Sara — nome di fantasia per tutelare lei e la figlia di sei anni — è una donna sulla quarantina che ha subìto, proprio a Reggio Emilia, poco più di tre anni fa, episodi di violenza domestica da parte del convivente. Sconvolta e impaurita, ha messo in valigia qualche vestito e con la figlia piccola è scappata da quella vita. Tutto sembrava andare per il meglio, quando nel marzo 2016 Sara ricevette la comunicazione del licenziamento da parte dell’azienda dove lavorava.

Negli anni seguenti non si è mai persa d’animo e, grazie a una rete di amici e conoscenti è riuscita, a svolgere qualche “lavoretto” per pagare l’affitto e con l’aiuto degli assistenti sociali, che da sempre la seguono, è riuscita a pagare la retta dell’asilo alla figlia, fino a settembre dell’anno successivo.

A raccontare questa storia è Silvio Rosati, sindacalista Adl Cobas, che ha ritenuto, in primis come persona e poi come rappresentante dell’associazione dei diritti dei lavoratori, di aiutare la donna e la piccola, che ora ha 6 anni.

«Sara è una persona forte — spiega il sindacalista — È uscita da sola da una situazione difficile, non si è arresa alla violenza e sta cercando in tutti i modi un lieto fine per lei e la sua bambina, cosa non da tutti come dimostrano i fatti di cronaca. Con sacrificio ha sempre pagato l’affitto fino al momento in cui le è stato negato qualsiasi tipo di lavoro, persino di mungere le mucche nelle stalle, mansione ritenuta prettamente maschile».

A causa dei debiti con l’affittuario da un anno è sotto sfratto e lunedì 5 febbraio ci sarà il terzo accesso dell’ufficiale giudiziario, con l’utilizzo della forza pubblica. Da tempo Sara, insieme agli assistenti sociali, stanno cercando una soluzione abitativa, come l’iscrizione alla graduatoria per le case popolari. Nonostante la sua situazione, però, il suo nome non è tra gli assegnatari dell’alloggio. Ad oggi il futuro delle due rimane racchiuso in pochi scatoloni e pieno di domande che la piccola ogni giorno rivolge alla madre, perché i luoghi e i tempi non sono ancora certi. La soluzione più plausibile al momento sarebbe il loro trasferimento in una comunità per donne, risoluzione che spaventa molto Sara, perché teme si possa creare un altro forte trauma psicologico nella bambina.

«L’insicurezza della condizione mette a repentaglio la loro fragilità — dichiara Rosati — Tutti hanno diritto a una casa e al lavoro, a maggior ragione bisognerebbe premiare il coraggio di questa donna. È inaccettabile che chi abbia dovuto affrontare episodi di violenza domestica non riesca a lasciarsi tutto alle spalle così da costruirsi una nuova vita serena e autonoma».

Le due chiedono quindi una soluzione dignitosa e sicura, con luoghi e tempi certi, evitando un sovraccarico di stress emotivo. Sara è un nome di fantasia, ma lei e sua figlia esistono davvero, così come altre persone nella stessa condizione.

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