Gazzetta di Reggio

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l’onorificenza  

De Miro cittadina reggiana dopo tre anni «Ho atteso che Pagliani si dimettesse»

Enrico Lorenzo Tidona

Cerimonia ieri in Sala del Tricolore. Commozione per l’ex prefetto che avverte: «La mafia non è sconfitta con Aemilia» 

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«La mafia non è stata sconfitta con Aemilia». Parola di Antonella De Miro, prefetto antimafia che cambiò il corso della storia di Reggio Emilia a suon di interdittive contro famiglie e imprese legate ai clan, meritando la cittadinanza onoraria votata nel 2015. «Voi mi ricorderete come il prefetto antimafia e delle interdittive, ma io sono stata un prefetto a tutto tondo» ci tiene a puntualizzare De Miro, che si rabbuia solo quando i cronisti le raccontano dei recenti spari contro la pizzeria La Perla a Cadelbosco e delle auto bruciate la notte prima del suo arrivo.

Ieri è tornata in Sala del Tricolore a oltre tre anni dall’assegnazione dell’onorificenza all’unanimità dal consiglio comunale. Un tempo lungo, dettato da una coerenza in materia di legalità che ne ha descritto l’operato dal 2009 al 2014.

«Sarei ipocrita se non dicessi che sono venuta a ritirarla solo oggi perché non volevo accostare il mio nome a un ex consigliere comunale che votò a favore di questa onorificenza nei miei confronti, quando invece, al di là delle responsabilità penali ancora da accertare, aveva rapporti con la criminalità organizzata».

Il riferimento è a Giuseppe Pagliani, ex consigliere comunale di Forza Italia poi imputato nel processo Aemilia - condannato in appello con sentenza poi annullata dalla Cassazione e il processo di secondo grado che dovrà rifarsi - finito nel ciclone perché presente alla celebre cena del 21 marzo 2012, considerata dalla Dda un summit «politico-mafioso» al fine di porre rimedio alla controffensiva antimafia condotta in prima persona dall’allora prefetto De Miro. Da lì partirono i ritiri dei porti d’arma che portarono a galla i nomi di molti dei futuri imputati nel processo, stabilendo l’abboccamento tra membri del clan e politica. «Con questo atto riconosciamo, con solennità e gratitudine, all’impegno del prefetto De Miro, un operato di portata storica» ha detto il sindaco Luca Vecchi, che promette: «Reggio non abbasserà la guardia».

«A Reggio ho lavorato con la passione di una reggiana. È una città che ho difeso con passione perché mi sentivo già reggiana all’epoca», dice a margine della cerimonia, mentre viene abbracciata e salutata con affetto dai tanti amici che l’hanno sostenuta anche nei momenti più bui.

«Ora è trascorso il giusto tempo e con l’operazione Aemilia - di cui lamenta la sordina da parte della stampa nazionale - è stata pienamente confermata l’azione investigativa e l’impianto accusatorio. Oggi anche la mia storia professionale a Reggio Emilia può essere letta, a ragione, come un gesto di fiducia e di rispetto verso un territorio la cui storia non può essere contaminata dalla ’ndrangheta».

Con lei ci sono il marito, una delle figlie e amici siciliani giunti da Firenze e Padova: «Questa cittadinanza la condivido con la mia famiglia per il loro sacrificio». Poi confida un segreto: «I miei genitori furono benefattori della cattedrale. Lì dentro sono scolpiti i loro nomi. Era un segno». —



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