Dall’era dei grandi fermenti all’impegno in prima linea «Da lì si deve ricominciare»
Clelia Mori, reggiana, insegnante, operatrice culturale e attivista ricorda la “Carta delle donne” voluta da Livia Turco nel 1986
la testimonianza
Già dal titolo, “C’era una volta la carta delle donne”, si capisce come quel preciso momento storico sia ormai passato. Ma anche come, allo stesso tempo, abbia segnato profondamente le sorti dell’oggi.
Un periodo di grande fermento che ha visto scendere in prima linea anche tantissime donne proprio qui, a Reggio Emilia. Come Clelia Mori, donna e madre reggiana.
Mori è stata insegnante di educazione artistica e operatrice culturale, oltre che pittrice e attivista, da sempre impegnata nel dar voce alle donne. E quegli anni se li ricorda bene: «La Carta delle donne – racconta – ha siglato un momento rivoluzionario: è stata la prima e unica volta in cui le donne del femminismo radicale e le donne di partiti e istituzioni si sono messe insieme puntando sulla forza delle donne».
Come recita una delle frasi poste in incipit al libro “C’era una volta la carta delle donne. Il Pci, il femminismo e la crisi della politica”, scritto da Letizia Paolozzi e Alberto Leiss, «Dalle donne la forza delle donne».
Grazie a quel documento di ottanta pagine voluto da Livia Turco nel 1986, le donne prendono la parola e si rivolgono a tutti e a tutte, anche al di fuori del partito. E lo fanno inaugurando un percorso di pensieri, bisogni e desideri diversi da quelli degli uomini. Un percorso determinato da una relazione di orizzontalità, e non più di verticalità.
La stessa denominazione di “Carta itinerante” stava ad indicare proprio la volontà di arrivare a tutte le donne.
«A Reggio ricordo tanti incontri e grande partecipazione – racconta Clelia –. Facevamo delle lunghe riunioni elettrizzanti in cui si respirava un clima di vivacità e desiderio, ma anche di una certa complessità».
Tante le donne reggiane protagoniste: «Antonella Arleoni, Luisa Ferrari, Natalia Parmigiani, Etelina Carri... Eravamo tante e diverse. E ci ritrovavamo tutte quante, comprese le dirigenti del partito, a respirare un grande senso di libertà. Era come se si fossero rotti dei confini. Come se la Carta delle donne ci avesse dato, una volta per tutte, l’autorizzazione politica a far sentire la nostra voce».
Poi ci fu il congresso del Pci a Roma nel 1988 con Luce Irigaray, filosofa, psicanalista e femminista belga che poneva l’accento sulla differenza di sesso come un fatto irriducibile. «Anche se all’epoca si faceva ancora fatica a usare la parola “sesso” – precisa Mori – per cui qualcuno diceva “genere”. Anche se sono due cose completamente diverse, si capisce. Ma finalmente si cominciava a capire che le donne non sono il sesso debole, bensì uno dei due sessi».
Si parlava del sesso e del corpo delle donne, ma anche dei loro tempi e ritmi di vita. Del loro ruolo nella società, di lavoro e cura della famiglia. Erano incontri aperti a tutti, dove ci si metteva attorno a un tavolo per confrontarsi e mettere in discussione le strade già battute dagli uomini. Ma erano proprio loro, gli uomini, che mancavano all’appello: «La maggior parte degli incontri si svolgevano nell’indifferenza maschile – ricorda Mori – e questa mancanza di dialogo è stata fatale, soprattutto per la sinistra».
Di lì a poco infatti avvenne la svolta: «Dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, fu il momento di fare una scelta. E le donne, che non erano ancora abbastanza mature, si divisero. Come succede quasi sempre in politica, si schierarono dietro l’uno o l’altro uomo di turno».
Molte di loro poi hanno smesso di occuparsi di politica, altre invece hanno continuato e continuano tuttora. «Il pregio del libro scritto da Letizia Paolozzi e Alberto Leiss – conclude Mori – è proprio che ci permette di prendere atto di quel momento storico, perché è da lì che dobbiamo ricominciare. Tutte insieme, senza differenze generazionali, per una politica di ribaltamento». —
L.M.
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