Gazzetta di Reggio

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Due mesi dopo il rogo gli inquilini rientrano nelle case di via Turri 33

Ambra Prati
Due mesi dopo il rogo gli inquilini rientrano nelle case di via Turri 33

Increduli, fiduciosi e ancora alle prese con gli ultimi inconvenienti dopo i lavori La gioia dei residenti che lasciano gli alberghi per tornare negli appartamenti

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«Ma davvero posso entrare?». «Sì, signora, possono rientrare tutti». «Anche adesso? Davvero?». «Sì, basta scaldare e attendere la verifica sul gas. La casa è sua». Luisa Ferretti, 86 anni ben portati, è sul pianerottolo con tre borsine stracolme, incredula e coccolata dai presenti. Lungo le scale c’è un gran via e vai di residenti e tecnici, che aprono le colonnine dell’erogazione del gas e fanno firmare fogli agli abitanti. Torna a casa la prima tranche di 38 residenti che in questi due mesi hanno alloggiato in due hotel cittadini. Degli altri, che hanno trovato sistemazione presso parenti o conoscenti, non c’è traccia. Del resto il numero totale dei residenti (un centinaio) è ignoto. Ieri è stato il primo giorno di rientro per gli inquilini di via Turri 33, il condominio interessato dal maxi-rogo della notte tra il 9 e 10 dicembre scorso che ha provocato due vittime. Il ritorno alla vita per questo luogo, diventato simbolo dei rischi del quartiere stazione, avviene in un’altra giornata fredda (nello stabile, vuoto da allora, l’umidità si somma alla bassa temperatura) e ha il colore della scala insolitamente linda e della pellicola trasparente protettiva, ancora da rimuovere, sulle porte degli appartamenti.

«Abito qui da quarant’anni, tornare per me è una felicità – spiega Luisa, rassicurata dai tecnici – In albergo siamo stati bene, ma non vedevo l’ora di tornare a casa mia, tra i miei ricordi». Quella notte «stavo dormendo, i pompieri hanno spaccato la porta, mi hanno messo la mascherina e portata giù di peso, in vestaglia. È stato un trauma, anche se ne ho avuto di più grossi: ero venuta ad abitare qui con mio figlio, morto nel 1982 per malattia, dentro ho le sue foto che mi mancavano tanto. Ringrazio l’amministratore, si è dato parecchio da fare. Che bello, domani torno a casa, tra i vicini che mi aiutano». Sullo stesso pianerottolo risiede Edo Agnelli, 72 anni, alle prese con un imprevisto. «Il tubo della cucina, che è parecchio datata, ha una perdita». L’interno pare in ordine: a seconda del piano e dell’esposizione al calore, alcuni appartamenti sono in buono stato, mentre altri sono compromessi. Il minimo comun denominatore è che la quotidianità è rimasta cristallizzata a quella notte.

«Sì, c’è ancora l’albero di Natale. In albergo ci hanno trattato benissimo, tra i dipendenti ho ritrovato perfino un amico con il quale lavoravo anni fa. Ma si sa, la casa è il tuo nido. E il mio coniglietto sta meglio qui». Sta sistemando vestiti Hu Xiao Hua, 35 anni, che si dice «molto contenta di entrare in casa, qui è meglio che in albergo».

«Qui è un disastro», afferma invece Adjo Sekle, 31enne originaria del Togo, mostrando lo strato di fuliggine nera che ricopre tavoli, mobili e tappeto, nonché i muri anneriti. «Non posso entrare così, c’è molto da fare e l’ho riferito a mio marito, che ora è al lavoro».

La signora mostra l’impronta lasciata da una forcina sul comò in camera da letto e la cenere che ha invaso perfino l’interno dell’armadio. «Il divano è bagnato e da buttare, le pareti da ritinteggiare, tutto da lavare. Ci vorranno giorni». Grembiulone e maniche arrotolate, ha già pulito i locali ed aperto le finestre Qiu Li Sen: «Sono contenta, voglio entrare il prima possibile».

Nell’atmosfera elettricamente positiva l’unica che versa qualche lacrima, mentre il bimbo piccolo vuole dormire, è Amira Habacich, 30enne marocchina accompagnata da un’altra residente amica. «Torno qui per i miei due figli, stare in hotel per loro è stato difficile, ma se troveremo un altro alloggio ci trasferiremo. È troppo vivo e terribile il ricordo di quella sera: qui, sugli ultimi gradini, la figlia della mia amica è caduta, qui è morta Malika. Sente l’odore di bruciato? Si avverte ancora, nonostante la vernice fresca. Io qui ho paura». —





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