REGGIO EMILIA. Maleducati. Incolti. Insolenti. L’elastico della propaganda sempre più in tensione, il calcolo elettorale e la capacità di scatenare le reazioni di panza e di popolo, nulla c’entrano. Fanno parte delle astuzie piccoline, che vanno dalle elezioni di oggi in Abruzzo alle europee. Guardo invece al “prima”, alla sostanza antropologica e culturale degli interpreti. Il sorridente perpetuo vicepremier Luigi Di Maio e il prevedibile incendiario Alessandro Di Battista e l’altro ferreo vicepremier Matteo Salvini sono l’incarnazione degli aggettivi con cui ho avviato questo scritto: non sono educati, non sono colti, non sono diplomatici. E i risultati si vedono, si sentono. Si sentiranno.
Un ministro non può vagare, propagandare, criticare in territorio straniero senza immaginare che le autorità di quel Paese non colgano l’intonazione ostile. L’ingerenza. Così come ha fatto Di Maio in compagnia di Di Battista nel viaggio in auto a Strasburgo per invocare la chiusura del Parlamento europeo (sembravano Cric e Croc o un nuovo medaglione del Tassinaro di Alberto Sordi). ). La strana coppia ha fatto il replay a Parigi, dove ha incontrato i capi dei gilet gialli che predicano la caduta di Macron e la presa del potere da parte dei militari.
Si tratta di un movimento imprevedibile e anti-sistema, extraparlamentare, popolato da casseur. Agli italici pentastellati comunque il subbuglio francese piace, perché rappresenta ciò che essi non sono riusciti ad essere/fare. Barricaderi… vorrebbero, ma non possono, tanto sono ingessati negli abiti inamidati del governo sotto contratto.
Sono maleducati perché la politica è insieme forma e sostanza, mentre loro sconfinano, provocano, fanno immistione. Mi si risponderà che, eppure, i gendarmi francesi hanno compiuto sortite in territorio italiano per controllare o riportare immigrati. Grave. Ma ciò non significa che il vicepremier italiano debba o possa far saltare i rapporti fra Stati, sconfinando anche lui.
INCOLTI
I tentativi di ricucitura dello strappo italo-francese da parte di Di Maio e dintorni dimostrano che il vicepremier ha sbagliato, clamorosamente. Altrimenti non proverebbe il rammendo che, alla fine, è un contorcimento: ha affermato d’essere critico col governo Macron, ma di rispettare il popolo francese, e di avere un alto concetto della millenaria democrazia di laggiù. Oltre alla maleducazione, vi è effettivamente una incultura, reiterata e drammaticamente spassosa. Forse Di Maio si voleva riferire alla Gran Bretagna dove infatti la Magna Charta Libertatum risale al 1215, e non alla Francia che ha avuto un impero (poco democratico) sino al 1870, con Napoleone III.
INSOLENTI
E qui entra in ballo l’altro vicepremier, Salvini. E’ stato prontissimo a chiedere un incontro a Macron per raffreddare il contrasto. Si è detto disponibile anche a confrontarsi con il suo omologo Castaner (“Io a Roma? Non mi faccio convocare da nessuno”) producendo così una gaia frittata di insolenze. Chiarisco: le insolenze sono tutte quelle azioni contrarie alla diplomazia e ai suoi buoni esiti, cioè ai vantaggi. Certo che si sa: formalmente un vicepresidente del Consiglio e ministro degli Interni non dovrebbe sollecitare un incontro con un Capo di Stato estero perché toccherebbe all’omologo, vale a dire a Giuseppe Conte.
Mi pare dunque che Salvini nella sua missione pacificatoria abbia spaccato le regole istituzionali, aggirato i grillini e “tagliato la faccia” al premier italiano.
In un Paese normale il ministro degli Esteri, quello vero, si sarebbe ormai dimesso. Ma immagino che Enzo Moavero Milanesi sia diuturnamente impegnato a rappezzare le grandi lacerazioni provocate dai colleghi ministri, rispondendo a un mandato speciale e specifico attribuitogli dal Quirinale: riparare, riparare, riparare. Non va dimenticato che Moavero Milanesi fu ministro per gli Affari Europei nel governo Monti prima e in quello Letta poi, come uomo nuovo e supertecnico dopo la stagione berlusconiana. Ora più che mai vien da domandare che ci sta a fare nel governo del popolo pentaleghista. —