Pizzini shock per le estorsioni «Se non pagate vi gambizziamo»
I fratelli Amato incastrati da appostamenti e reperti Sequestrate auto e moto e la macchina per scrivere
«Le nostre richieste sono cadute nel vuoto. Stasera ti farò danni perché hai sottovalutato il problema. Domani cambierai i vetri e se ancora continui a fare il testardo ti metterò a fuoco. Se mi fai girare bene i coglioni ti gambizzo. Tu che dici? Quindi per farmi capire che sei favorevole a quella mia richiesta (di soldi, ndr), domani sera metti fuori un nastro rosso che poi ti daremo noi le indicazioni. Intanto aggiustati la vetrata che costerà tanto quando la tua faccia di merda. Cordiali saluti».
È un condensato di insulti e minacce – poi diventate realtà visti gli spari alle vetrine – il secondo dei due bigliettini scritti per chiedere il pizzo di mille euro alla pizzeria La Perla di Cadelbosco, alla quale, con il primo foglietto, dei criminali – poi individuati nei figli del noto pregiudicato calabrese Francesco Amato – avevano chiesto la somma da versare ogni mese: «Per lei non sono niente al confronto di quanto guadagnate e della clientela che avete», era la frase con la quale facevano i conti in tasca i tre fratelli al titolare della pizzeria. Ma «se sentiamo puzza di sbirri», proseguono nel pizzino, «secondo me sarà brutto mentre le persone mangeranno, scoppia il finimondo e perderai un sacco di clienti. Sarà un peccato vedere La Perla chiudere, ci pensi bene».
Un incubo nel quale, dal primo febbraio, hanno gettato i gestori della prima pizzeria sulla quale hanno sparato, e i cui retroscena sono stati svelati ieri – anche se solo in parte essendoci ancora indagini in corso – dai vertici investigativi di carabinieri e polizia di Reggio Emilia, che insieme al capo della procura Marco Mescolini hanno dato vita a un’indagine congiunta che ha dato i frutti sperati nel giro di pochi giorni. I pezzetti di carta sono stati mostrati e l’indagine è stata spiegata perché per il procuratore non si trattava di uno scherzo, ma «di un’azione seria e il cui effetto che si intendeva ottenere è stato ottenuto», vale a dire la strategia della tensione ma non l’assoggettamento, rifiutato dai gestori dei locali reggiani.
Ora in cella, in attesa della convalida dei fermi, ci sono Cosimo Amato (20 anni) e i fratelli Mario (29 anni) e Michele (22 anni), accusati di tentata estorsione contro le quattro pizzerie tra Cadelbosco Sopra e quelle di Reggio Piedigrotta 3, Piedigrotta 2 e il Paprika.
Sono i figli di Francesco Amato, condannato per mafia nel processo Aemilia contro la ’ndrangheta, e che il 5 novembre del 2018 tenne per quasi 10 ore in ostaggio cinque persone all’interno dell’ufficio postale di Pieve a Reggio Emilia, prima di essere arrestato dai carabinieri.
I tre giovani, senza dubbi da parte delle forze dell’ordine, sono gli autori dei biglietti con minacce recapitati alle pizzerie, accompagnati in due occasioni da spari contro le vetrate dei locali. Gli indizi di colpevolezza sono consistenti e hanno portato al ritrovamento e al sequestro dell’auto e della moto utilizzate per raggiungere le due pizzerie colpite, della macchina da scrivere probabilmente utilizzata per scrivere i “pizzini” minacciosi attaccati ai muri dei locali, oltre al blocco di carta da cui sarebbero stati presi i fogli. I carabinieri hanno trovato anche un giubbotto antiproiettile sul quale ci sono accertamenti. Manca ancora all’appello l’arma con cui sono stati sparati i colpi ma ci sono anche le immagini di uno dei tre che si avvicina alla Perla per sparare, col cappellino in testa. A fare la posta dopo la prima minaccia a Cadelbosco è stato il comandante dei carabinieri Pietro Castrich, che giorno e notte ha tenuto d’occhio la pizzeria nell’ipotesi che gli Amato potessero mettere in atto le ritorsioni, individuandoli poi più volte in auto. —
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