Gazzetta di Reggio

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l’udienza in tribunale 

Spari e pizzo, gli Amato negano ma il giudice li lascia in carcere

Enrico Lorenzo Tidona
Spari e pizzo, gli Amato negano ma il giudice li lascia in carcere

Estorsioni, in due dicono di avere un alibi: «Nei giorni scorsi eravamo a Rosarno» Contestati anche gli altri elementi di prova. Il gip dispone la misura cautelare

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Mario, Michele e Cosimo Amato ieri si sono voluti difendere a tutto campo. Hanno lasciato per due ore circa il carcere della Pulce, per potersi professare innocenti con parole proprie davanti al giudice Dario De Luca, al quale hanno detto di non essere loro gli autori degli spari e delle tentate estorsioni che hanno tenuto sotto scacco per una ventina di giorni Reggio Emilia.

Dopo l’udienza di convalida del fermo avvenuta ieri e durata un paio d’ore, il gip ha disposto la custodia in carcere per i tre ragazzi di 29, 22 e 20 anni. Resterebbe concreto, per i tre figli del pluripregiudicato Francesco Amato, il pericolo che il reato possa essere reiterato. I tre – mentre le indagini proseguono a tappeto – resteranno quindi rinchiusi in carcere.

Due dei tre fratelli, vale a dire Mario e Michele, hanno cercato di smarcarsi totalmente dalla vicenda, affermando di essere giunti a Reggio Emilia da Rosarno, in Calabria, circa dieci giorni dopo l’inizio delle estorsioni. Erano al sud da circa un mese, arrivati a Reggio solo nella notte tra il 4 e il 5 febbraio, vale a dire giorni dopo l’inizio degli episodi che hanno scosso la comunità reggiana e impaurito i ristoratori della pizzeria La Perla di Cadelbosco e il Piedigrotta 3 di Reggio, dove sono stati sparati dei colpi di pistola preceduti da bigliettini con richieste di soldi, recapitati anche al Piedigrotta 2 e al Paprika tra Ospizio e San Maurizio.

«Si sono proclamati innocenti – dice il loro avvocato Franco Beretti – Mario e Michele dicono inoltre di poter dimostrare che sono arrivati a Reggio di notte in corriera con regolari biglietti. Quindi c’è una discrasia temporale interessante». Michele Amato lavora infatti nel supermercato dello zio a Rosarno. Mario invece è l’unico ad aver fatto del carcere ed è andato poi a stare nella città natale della famiglia, in Calabria.

«Sono arrivati insieme quella notte», dice Beretti. Cosimo, invece, abita a Reggio e ha detto di fare l’elettricista: non ha opposto l’alibi sul quale fanno affidamento invece i fratelli, con i quali è accusato di tentata estorsione aggravata dall’uso dell’arma e dalla presenza di più persone.

Per l’avvocato il ritrovamento di una macchina per scrivere e del blocco con il quale sarebbero stati scritti i bigliettini, oltre al motorino e l’auto individuati e sequestrati, non sarebbero sufficienti per incastrare i suoi clienti, in assenza poi dell’arma che non si è ancora trovata. «Sono tutti piccoli dettagli che dovranno essere analizzati, tanti piccoli indizi senza forza – anticipa così la sua linea il difensore dei tre indagati – Sappiamo che c’è un’intercettazione e ho chiesto di poter eseguire una perizia. Loro dicono di non aver mai fatto quella chiamata. Non si tratta di un’utenza intestata a loro».

In questi mesi all’avvocato risulta che i fratelli sono andati a fare visita al padre Francesco, in carcere a Terni, condannato a 19 anni per associazione mafiosa in primo grado nel processo Aemilia. «Ora siamo in attesa della conclusione delle indagini per l’altro reato di Francesco, quello eclatante del sequestro di persone a Pieve» aggiunge Beretti, che rispetto alla posizione dei tre fratelli avverte: «Tutto è ancora molto fluido. Ho chiesto alla procura di valutare bene la targa della moto con la quale sono stati sicuramente compiuti i fatti. Ma la foto dello scooter Tmax è poco chiara». I tre fratelli erano stati fermati anche in prossimità della pizzeria La Perla, a Cadelbosco. «È vero che sono stati fermati sulla macchina ma non erano in fuga e non erano vicini alla pizzeria. Si trovavano a un chilometro di distanza, non lontano dalla casa di famiglia a Cavazzoli». —



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