Arrestato in Sri Lanka: «Ho parlato con Mattia, ha detto che sta bene»
Giberti, in carcere per droga, ha telefonato alla mamma. La vicenda seguita dallo studio legale di Davoli e Lombardini
REGGIO EMILIA. «Ho parlato con mio figlio e già sentire la sua voce ha significato molto per me. Ora sono più tranquilla». Carla è la madre di Mattia Giberti, il 36enne reggiano bloccato in Sri Lanka con l’accusa di spaccio di droga. La telefonata tra madre e figlio è avvenuta lunedì scorso, tramite l’ambasciatrice in loco, che ha fatto visita al detenuto e gli ha passato sul cellulare la madre, in ansia nella sua abitazione dell’Orologio.
Si tratta del primo contatto telefonico tra i due, da quando Mattia è dietro le sbarre. Il 36enne, entrato nel Paese con un visto turistico, è stato arrestato insieme a un 25enne israeliano lo scorso 7 febbraio a Peliyagoda, un sobborgo di Colombo, nella provinciale occidentale dello Sri Lanka. Entrambi accusati dalle forze dell’ordine locali di detenzione ai fini di spaccio dopo essere stati trovati in possesso di 90,78 grammi di cocaina, come hanno riportato i media asiatici.
Un reato considerato particolarmente grave in Sri Lanka, dove le pene per gli stupefacenti sono severissime.
Appreso dell’accaduto, la 66enne mamma Carla si era disperata. «Abbiamo l’abitudine, io e mio figlio, di sentirci ogni settimana e mi ero preoccupata parecchio».
Lunedì, finalmente, dall’altro capo della cornetta la mamma ha sentito il suo Mattia: poche frasi veloci, giusto il tempo di salutarsi, che però sono bastate a rassicurarla. «Ha detto che sta bene, che tutto si risolverà. Mi ha raccomandato di occuparmi di mia nipote», che vive in Svizzera con la mamma, mentre Giberti lavora in Spagna. Dal punto di vista dell’iter processuale, invece, i tempi si preannunciano lunghi. La famiglia di Giberti ha incaricato lo studio legale di Letizia Davoli e Tommaso Lombardini (insieme al collaboratore Michele Delrio, uno dei figli dell’ex ministro Graziano) di districare la matassa di questo caso giuridico internazionale.
«Ci siamo interfacciati con l’unità di crisi della Farnesina e l’ambasciata italiana in Sri Lanka e abbiamo formalizzato la richiesta di ulteriori informazioni, per sapere chi sono i legali in loco», dichiara l’avvocato Davoli. Soltanto dopo aver stabilito un filo diretto con i legali cingalesi gli avvocati reggiani avranno elementi per agire: al momento – sulla pena prevista dalla legislazione locale e sul capo d’imputazione – è buio fitto. «Non escludiamo di recarci nello Sri Lanka in futuro – conclude Davoli – Ma prima dobbiamo avere un quadro chiaro e individuare una strategia difensiva». —
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