Il nostro immaginario è ormai colonizzato dal mondo anglosassone
«Non vorrei ridurla a formula aritmetica, ma questa proposta non mi dispiace: credo possa essere un modo per uscire da questa anglofonia che ci perseguita. Troppo spesso nelle radio si sceglie pescando all’estero, senza guardare in casa nostra, si passa musica straniera (inglese o americana soprattutto) e basta. Io non ho una grande opinione della canzone italiana, ma questo è indifferente, è un gusto personale, quello che noto è questa abitudine a sottovalutare quello che è italiano, abitudine che fa parte del nostro provincialismo: siamo sempre affascinati da quello che è non è italiano. Tutte le canzoni inglesi sono bellissime? Basterebbe tradurle, i testi cadrebbero in un attimo. Ed estenderei questo concetto a qualunque campo, dall’agricoltura alla produzione industriale. Mi sembra insensato cercare altrove quello che noi possiamo offrire, è anche un modo per reprimere l’intelligenza. Purtroppo questa colonizzazione del nostro immaginario è in stadio talmente avanzato che ormai non è solo difficile ribellarvisi ma anche avvertire che esiste. Basta guardare la tv per accorgerci che conosciamo molto meglio una qualunque cittadina americana di un borgo italiano, di un paese del nostro Appennino, per dire». E per quanto riguarda i musicisti emergenti? «Una sana fatica è molto salutare, soprattutto per chi vuole intraprendere la strada della musica. Ma ciò non significa che si debba lottare contro i mulini a vento, quindi qualunque occasione per farsi conoscere è positiva». —
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