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Il ricordo 

«Quando lavorai con Lagerfeld e lui mangiò troppi tortelli...»

Linda Magnoni
«Quando lavorai con Lagerfeld e lui mangiò troppi tortelli...»

Il fotografo Marco Montanari conobbe negli anni ’90 lo stilista scomparso ieri «Una persona gentile e squisita. Ma dopo pranzo si addormentò sul tavolo» 

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Un reggiano alla corte di Karl Lagerfeld: forse pochi lo sanno, ma il grande stilista tedesco scomparso ieri, direttore creativo di grandi marchi di alta moda come Fendi e Chanel oltre che della sua linea omonima, ha fatto tappa anche a Reggio Emilia, precisamente a Cavriago. A raccontarcelo è Marco Montanari, fotografo professionista reggiano, che ebbe modo di conoscerlo in quell’occasione.

Come ha conosciuto Lagerfeld?

«Erano gli anni Novanta. All’epoca lavoravo per Mariella Burani: la sua azienda, la Selene, produceva anche per lui. Fu lei a suggerirgli di lavorare con me. E così mi trovai a fare un servizio per Karl Lagerfeld, proprio per il suo marchio. Ricordo che mi alzai prima dell’alba per preparare l’attrezzatura: l’appuntamento era alle 7, le modelle erano già lì un’ora prima per il trucco. Era un servizio per Karl Lagerfeld, c’era poco da scherzare!».

Come andò?

«Arrivai puntuale in azienda con il ragazzo che mi aiutava. Montiamo tutto, carichiamo le macchine e cominciamo ad aspettare. Passa il tempo, sono le 8 e ancora non si vede nessuno, ma le varie stylist sono già in agitazione. Alle 9 ancora niente: le modelle si siedono per terra e iniziano a sonnecchiare. Alle 10 facciamo una merenda, tanto non arriva nessuno. Alle 11 siamo certi che tutto verrà rimandato quando improvvisamente entra lui, capelli bianchi raccolti dal famoso codino, occhiali scuri e una stazza non proprio snella – sarebbe dimagrito più avanti – ma elegantissimo».

Che impressione le fece?

«Si scusò per i problemi avuti all’aeroporto, poi cominciammo subito a lavorare. Fece una selezione delle dieci modelle a disposizione, di cui ne tenne solo tre, una delle quali croata, bellissima. Io scattavo con lui a fianco, che mi parlava in francese. Anche lui faceva foto e anche lui usava le Hasselblad: mi dava indicazioni sull’immagine che voleva ottenere trattandomi come se fossimo amici di vecchia data. Quello che mi colpì di più fu proprio questo: il contrasto tra la sua figura austera e la sua grande gentilezza. Una persona elegantissima, con un grande rispetto nei confronti degli altri».

Come andò a finire?

«Ci fermammo per la pausa pranzo e lui scomparve. Nel primo pomeriggio tornò e mi disse, nel suo italiano con forte accento francese: “Troppi tortellì e troppo lambruscò”. Aveva mangiato tipico reggiano! Poi si sedette a un tavolo, appoggiò le braccia e sdraiò la testa, dicendomi di andare avanti io come facevo prima, che ero bravissimo. Dopo poco cominciò a dormire, mentre io continuavo senza sosta a scattare in questa situazione surreale: modelle strepitose, abiti meravigliosi e Karl Lagerfeld che dormiva vicino a me».

E le fotografie?

«All’epoca era ancora tutto analogico, per cui usavamo ancora dei rullini 6 x 6, quelli che si chiudevano con un lembo e un po’ di saliva. Fui affiancato da una specie di uomo della security che mi accompagnò in laboratorio per seguirmi in tutte le fasi dello sviluppo e della stampa, affinché nessuno potesse copiare o rubare le foto. Alla fine, le foto arrivarono sane e salve a Parigi». —





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