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aemilia bis 

«Inquinata dalla ’ndrangheta l’attività economica regionale»

Tiziano Soresina
«Inquinata dalla ’ndrangheta l’attività economica regionale»

Mezzetti (Regione) punta il dito su concorrenza sleale e mancati investimenti Camionista, già condannato, accusa Giglio e non riconosce diverse sue firme

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Si sta avvicinando alla sentenza il troncone processuale conosciuto come Aemilia bis. Nelle imputazioni vorticose intestazioni fittizie a prestanome per nascondere i patrimoni, con l’aggravante di aver agito per agevolare in Emilia il clan marchiato ’ndrangheta.

GLI IMPUTATI

Cinque le persone alla sbarra: Francesco Giglio, Antonio Giglio e Gaetana Crugliano (padre, fratello e madre del pentito Giuseppe Giglio), il consulente crotonese Donato Agostino Clausi e l’imprenditore reggiano Mario Mazzotti. I trasferimenti della titolarità di beni a prestanome erano finalizzati per la difesa a evitare l’azione delle banche, mentre per la Dda di Bologna (il pm Beatrice Ronchi) a evitare le misure di prevenzione.

Ieri, in apertura d’udienza, l’assessore regionale Massimo Mezzetti (con delega alle politiche per la legalità) – sentito come testimone – ha spiegato il senso della costituzione di parte civile della Regione Emilia-Romagna: «Già con i quaderni “Città sicura” avevamo negli anni mappato la presenza di famiglie mafiose in ambito regionale – entra nel merito l’assessore – poi l’inchiesta Aemilia ha squarciato il velo di superficialità e reticenza, confermando le nostre convinzioni all’interno di un quadro ben preciso. La nostra regione è stata danneggiata sotto due punti di vista dal radicamento ’ndranghetista. In primo luogo è stato inquinato il mercato, innescando una concorrenza sleale ai danni delle attività imprenditoriali sane. In seconda battuta l’inquinamento del mercato è stato un deterrente per i possibili investitori che vi hanno rinunciato».

L’amministratore regionale spiega anche come, per contrastare l’attività mafiosa, siano state messi in campo diversi strumenti legislativi, poi confluiti nel Testo unico della legalità datato 2016, pian piano allargato ad altre tematiche delicate: usura, gioco d’azzardo, recupero beni mafiosi confiscati. Su quest’ultimo punto sono 39 i progetti già avviati in sinergia con alcuni Comuni. «Molte le iniziative portate avanti dalla Regione per coinvolgere la società civile e promuovere la cultura della legalità – conclude Mezzetti, rispondendo a una domanda dell’avvocato Enza Rando che tutela Libera costituitasi parte civile – insieme a varie associazioni antimafia, fra cui Libera, a partire dalla grande manifestazione nazionale a Bologna del 21 marzo 2015 e che da allora ha ogni anno un appuntamento anche regionale».

BRACCIO DI FERRO

Molto sofferta, a seguire, la deposizione di Sergio Lonetti, 39 anni, autotrasportatore che vive a Guastalla: per intestazioni fittizie di alcune società è coinvolto sia in questo troncone processuale (giudicato con rito abbreviato, è stato condannato dal gup Alberto Gamberini ma escludendo l’aggravante mafiosa), sia nel maxiprocesso Aemilia conclusosi in primo grado (dove è stato assolto).

Lonetti ha detto di essere andato nel 2012 da Giuseppe Giglio per collaborare con lui («Cercavo di lavorare e Giglio era un noto imprenditore nel campo dei trasporti) per poi due anni dopo voler chiudere la collaborazione («Agiva alle mie spalle, facendo operazioni a mio nome attraverso delle società»). Su 41 firme che gli sono state sottoposte si è innescato un lungo braccio di ferro con l’avvocato Fausto Bruzzese (difende Clausi) e il pm Ronchi. Firme su documenti, verbali, atti societari che Lonetti fatica a riconoscere come sue. —



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