«Nostro figlio è diabetico e la scuola non l’ha voluto»
Appennino, il bambino, 2 anni e mezzo, obbligato a usare un microinfusore, dovrà andare alla parrocchiale. Barbara Berni, neopresidente dell’associazione Fand: «È un fatto gravissimo»
APPENNINO. Si fatica a credere che nella provincia con gli asili “più belli del mondo” possa accadere una cosa simile. Un bambino di due anni e mezzo affetto da diabete, per le attenzioni e la somministrazione quotidiana di insulina di cui avrebbe bisogno non è stato accettato dall’asilo del suo paese, in Appennino. Andrà a un asilo parrocchiale, che però dista 7 chilometri. . L’indisponibilità da parte della scuola pubblica ad accogliere il bambino è stata comunicata alla famiglia nei giorni scorsi.
«Un fatto discriminatorio gravissimo e inaccettabile: in questo caso la scuola dell’infanzia pubblica è incapace di farsi carico della sua situazione di diabetico». Così interviene Lidia Stara, presidente della Federazione emiliano-romagnola delle associazioni che si impegnano per le persone con diabete (Feder). «Se ne è invece fatta carico benissimo la scuola parrocchiale cui i genitori ora si sono rivolti. È la prima volta che osservo una simile chiusura nei confronti di un bambino – afferma –. Ora questo caso dovrà servire ad ottenere una normativa nazionale a tutela di tutti i minori che hanno necessità di farmaci durante l’orario scolastico, ma anche della stessa scuola. Il caso non deve passare inosservato, ne abbiamo parlato anche in Regione Emilia Romagna e sarà portato all’attenzione del “Comitato di indirizzo per la malattia diabetica”, ne saranno informati l’ufficio scolastico regionale, il garante per i diritti dell’infanzia e i ministeri competenti».
I FATTI. Al bambino è stato diagnosticato il diabete di tipo 1 il 20 febbraio dell’anno scorso, e sarà insulino-dipendente per tutta la vita. I genitori si impegnano con la pediatria diabetologica di Reggio per dotare il piccolo dei più recenti ausili tecnologici per controllare adeguatamente la malattia. Un microinfusore per evitare le iniezioni di insulina con penne e un sensore per rilevare, anche in remoto tramite una app (dai luoghi di lavoro dei genitori,ad esempio), la glicemia in tempo reale.
Alla scuola dell’infanzia statale e vicino a casa, nonostante le rassicurazioni iniziali, iniziano le difficoltà. Il personale della scuola svolge un primo corso sul diabete e sull’utilizzo del microinfusore, ma demanda comunque la decisione definitiva sull’inserimento del bimbo a un mese di “prova” nel quale un familiare avrebbe comunque dovuto essere sempre presente col piccolo all’asilo. Cosa che avviene.
«Ma durante questo mese – spiegano i genitori – non abbiamo visto alcuna volontà del personale scolastico di provare a mettere in pratica quanto appreso durante il corso che, singolarmente, è valso al rilascio di un attestato. Al termine del mese di prova ci è stata formalizzata la indisponibilità del personale scolastico a seguire il bambino in classe e, tantomeno, a impostare il microinfusore per la somministrazione dell’insulina al pasto. A questo punto abbiamo continuato ad accompagnare per due mesi, nonostante evidenti disagi, nostro figlio a scuola in attesa di un riscontro tra le diverse autorità competenti. Riscontro che è arrivato in dicembre. La soluzione proposta, confermata l’indisponibilità della scuola pubblica, prevede di inserire il nostro piccolo in una scuola dell’infanzia parrocchiale 7 chilometri più in là, e che ringraziamo di cuore per la accoglienza e la professionalità, ma dove ovviamente ha perso i suoi amici di paese, d’asilo e l’ambiente nel quale si era inserito».
LE REAZIONI. Conclude la Stara: «Il personale scolastico si è trincerato dietro norme obsolete e superate. È stato proposto anche un supporto sanitario per la somministrazione all’ora del pasto, che è stato rifiutato perché lo stesso non intende occuparsi di nulla, in sostanza avrebbero voluto il bambino “accompagnato sempre” o comunque l’intervento di terze persone in ogni momento della giornata dove occorre far qualcosa per il controllo glicemico».
«Quanto accaduto in Appennino – aggiunge Barbara Berni, neopresidente della Fand reggiana, l’associazione di riferimento per la diabetologia pediatrica di Reggio – è un fatto grave. Trovare l’umana accoglienza per un bambino dovrebbe essere un preciso dovere della scuola che lo dovrebbe far muovere ben oltre i protocolli e le formalità. Quanto accaduto ci ha resi consapevoli di alcune gravi carenze del sistema e servirà da sprone per avviare gruppi di auto-aiuto tra genitori, di informazione e formazione nelle scuole affinché fatti come questo non abbiano più ad accadere».
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