Gazzetta di Reggio

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«Ho firmato il contratto e subito ho avuto sospetti»

Ambra Prati
«Ho firmato il contratto e subito ho avuto sospetti»

L’imprenditore del settore chimico Luca Vezzani è uno dei tanti truffati «Ho speso 21mila euro per due pietre il cui valore è di appena quattromila»

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«Ho cominciato ad avere sospetti quando, a contratto firmato, è arrivato da Milano un addetto Idb solo per mostrarmi quello che avevo acquistato: due diamanti piccoli, contenuti in un blister». Luca Vezzani, 52 anni, imprenditore reggiano del settore chimico, è uno dei tanti truffati dal grande bluff dei diamanti piazzati tramite le banche a cinque volte il loro valore reale da due società (la Diamond Private Investment Spa e la Intermarket Diamond Business Spa, Idb), le cui fila erano tirate da Claudio Giacobazzi, 65 anni, il manager di Vezzano suicidatosi in un hotel cittadino il 15 maggio 2018. Tre anni fa, nel 2016, racconta Vezzani, la sua banca di fiducia, un’agenzia Bpm in città, gli ha proposto di investire nei diamanti. «Chiaro che l’hanno proposto loro. Avevo della liquidità ferma e la responsabile dei titoli mi ha convocato parlando di “performances interessanti”. Ne avevo già sentito parlare: una mia amica aveva messo 80mila euro in diamanti da investimento, un altro mio amico imprenditore 60mila euro. Avevo qualche perplessità perché le pietre le tenevano loro, ma i funzionari mi hanno rassicurato dicendo che al contrario quella era una garanzia aggiuntiva. Ho investito una piccola somma, 21mila euro, per vedere come andava».

Firmato con la banca, è calato da Milano un addetto Idb. «Non il classico funzionario: Rolex al polso, aspetto arrembante, un personaggio della Milano da bere anni ’80. Quell’uomo non mi è piaciuto e il mio primo pensiero è stato che facessero vedere gli stessi diamanti (sempre quelli) a più persone. Mentre non ho voluto pensare che il valore fosse falsato perché mi fidavo dell’agenzia della mia banca».

Qualche tempo dopo Vezzani ci ha ripensato e ha chiesto di poter custodire lui i diamanti: «Non potevo venderli, perché mi avevano parlato di ingenti penali, allora li ho messi in cassetta di sicurezza».

Dopo poco è scoppiato il caso mediatico: «Appena visto il servizio de “Le Iene” ho fatto recuperare i diamanti anche alla mia conoscente».

Vezzani è uno dei pochi che dispone fisicamente delle pietre: «Non penso di essere stato l’unico e comunque il risultato non cambia. Quando li ho fatti valutare da un noto gemmologo di Reggio, la sentenza è stata che ho in mano un valore di meno di 4mila euro, contro i 21mila che avevo sborsato. Solo noi tre amici ci abbiamo rimesso 170mila euro, più di certi vip».

A quel punto Vezzani, insieme ai due amici – che hanno acquistato in tre filiali cittadine diverse, con funzionari diversi – si è affidato allo studio dell’avvocato Liborio Cataliotti.

Da lì è partito l’iter legale: la querela sporta due anni fa, «la giornata persa per testimoniare davanti alla guardia di finanza di Milano», una bozza di accordo con Bpm (basato sul risarcimento del danno, restituzione dei diamanti e diritto di costituirsi parte civile nel processo penale nei confronti di qualunque imputato che non fosse funzionario della banca) che non si è conclusa.

«Ora devo rivalutare il tutto insieme al mio legale», riflette l’imprenditore. Vezzani non ha cambiato banca dopo l’accaduto, perché «avevo altre esigenze contingenti. Il direttore e i funzionari sono caduti dalle nuvole. Non incolpo loro bensì i dirigenti, che davano ordini dall’alto fasulli». Insomma una bella “sola”. «Negli anni, purtroppo, attraverso le banche di fregature ne ho prese tante. Di certo conviene comprare un terreno: quello ti rimane». —



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